Lettera 6 (Seconda Serie)

Cari amici,

in questa lettera iniziamo la pubblicazione dei testi del Convegno “I poveri e la chiesa” che, come sapete, si è svolto presso la Parrocchia dei SS. Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela Roma il 13 ottobre scorso.

Il convegno – dando seguito ad una impostazione che ha sempre contraddistinto il nostro lavoro, sia nella prima lunga fase, quella che sotto la guida di Nicolino Barra è durata dal 1969 fino al 1986, sia in questa nuova serie – ha voluto unire allo studio teorico la pratica condivisione di esperienze di vita. Così la mattina abbiamo avuto tre relazioni di commento e di analisi del documento del cardinal Lercaro, seguite da un dibattito particolarmente fecondo, il pomeriggio la presentazione di quattro esperienze concrete di vita con i poveri.

Cominciamo con la pubblicazione del documento di Lercaro e di una prima relazione sulla sua genesi storica.

Questa e le lettere che seguiranno sono un po’ più lunghe ed impegnative del solito, confidiamo nella pazienza e nell’impegno dei nostri lettori, siamo sicuri che a questa fatica corrisponderà una ricchezza che è quella che noi stessi abbiamo trovato in questo lavoro e che con grande gioia vogliamo trasmettervi. Nelle feste di Natale potremo così trovare il tempo anche per leggere e riflettere con più calma.

Nell’augurare a tutti che nella contemplazione del mistero di Gesù nato povero possiamo ritrovare l’amore per i poveri e la solidarietà per un mondo più giusto, trasmettiamo questo piccolo regalo da parte della redazione de “ La Tenda”.

Nota di servizio: questa e le prossime tre lettere dedicate agli Atti del Convegno ci serviranno come test per l’indirizzario sia postale che elettronico, per cui invitiamo chi riceve questi testi a darci nei prossimi mesi un segno di gradimento. Dal n° 10 le lettere saranno spedite solo a chi ne avrà fatto richiesta. Da molti Parroci nostri amici abbiamo saputo poi che l’indirizzo mail che ha come server VicariatusUrbis.org è di difficile apertura, chiediamo quindi alle Parrocchie che desiderano ricevere la nostra lettera di mandarci un indirizzo mail funzionante, infatti le spese postali per un invio con la posta tradizionale sono per ora fuori dalla nostra portata per un indirizzario così vasto e una ricezione così incerta come sarebbe quella a seguito di un invio generalizzato a tutte le parrocchie romane.

 

Sommario della 6° lettera:

  1. Appunti sul tema della povertà nella chiesa: testo del documento del Cardinal Lercaro presentato a Paolo VI il 19 novembre del 1964
  2. Genesi del documento del Cardinale Lercaro di Luigi Mochi Sismondi

Appunti sul tema della povertà nella chiesa[1]

Rapporto presentato a Paolo VI il 19 novembre 1964

[Tratto da: G. Lercaro “Per la forza dello Spirito: discorsi conciliari” EDB 1984 pgg. 157-170]

Premessa

I numerosi libri e articoli pubblicati negli ultimissimi anni, gli elaborati predisposti — durante le tre sessioni conciliari — dai diversi gruppi di iniziativa e di studio, gli stessi apporti in seno al concilio in occasione sia degli schemi dommatici sia dello schema XIII, tutti rivelano nel complesso una spiccata immaturità.

Il problema della povertà evangelica nel nostro tempo è posto, l’aspirazione si diffonde e si approfondisce; il numero di coloro tra i vescovi, che desiderano passare dalle parole agli atti si accresce di giorno in giorno. Ma, sia sul piano dottrinale sia sul piano delle proposte pratiche, sfuggono ancora alla presa i punti nodali: si sente che manca ancora qualche cosa per arrivare a conclusioni immediate, capaci di un’incidenza concreta.

Ciò è doloroso quanto sintomatico. Indica in quale misura il nostro pensiero, il nostro costume, le nostre istituzioni, tutto l’ambiente e la civiltà che pur si dice ispirata al cristianesimo, si sia per secoli e secoli allontanata dallo spirito evangelico e si sia consolidata e strutturata in forme concettuali e in modi di vita, che oggi costituiscono un grave ostacolo a ogni tentativo di ritrovamento del senso cristiano della povertà, una forte remora a operare una semplificazione e liberazione degli atteggiamenti individuali, come dei comportamenti comunitari e delle strutture ecclesiastiche.

Di fronte al peso del passato e all’inerzia del presente, le buone intenzioni e i desideri anche più ardenti sono costretti a segnare il passo, se non vogliono esprimersi attraverso gesti prematuri e troppo esteriori, che in fondo ritarderebbero le soluzioni più vere e svuoterebbero lo stesso ideale. Eppure, per tante ragioni, l’urgenza è grande: e non si può tardare ancora molto a proporre — per il clero, per i religiosi, per i fedeli — delle indicazioni spirituali, serie e ferme, e delle applicazioni pratiche solide ed austere. Le poche cose che qui si propongono vogliono essere un primo avvio: modesto, discreto, casto. Possono aprire una strada, senza illusioni, senza esibizionismi, senza sviamenti; possono essere un catalizzatore, perché tutti i fattori del problema si compongano abbastanza rapidamente in una sintesi limpida, capace -fra non molto- di consentire orientamenti e decisioni molto più avanzate.

I. ALCUNI PUNTI FERMI DI ORIENTAMENTO DOTTRINALE

1) Il problema dei poveri e della povertà, nel mondo e più precisamente nella maggior parte delle nazioni e degli uomini

– non è un problema umanamente risolto o in via di soluzione

– anzi è un problema ancora aperto

– un problema di dimensioni immense, di scala universale

– un problema che, nonostante tutto, si inasprisce in differenze e squilibri sempre più grandi, tra uomo e uomo, tra classe e classe, tra popolo e popolo.

2) La società opulenta, che si è costituita in qualche nazione o zona privilegiata e tende sempre più a rafforzarsi, rappresenta una tipica non—soluzione: anzi, malgrado tutti i tentativi di attenuamento e di compensazione all’interno e all’esterno rappresenta essa stessa una delle più gravi cause di squilibrio reale, di contrasto ideale e di conflitto pratico con tutto il resto dell‘umanità.

3) La società opulenta -col suo stesso esistere – pone un modello, la cui forza di suggestione è immensa per tutti, ricchi e poveri; implica per tutti, partecipi ed esclusi, la deformazione del senso autentico dello sviluppo umano, del progresso scientifico, tecnologico ed economico, dell’evoluzione sociale e dell’edificazione civile.

Nella società opulenta vi è per lo meno sempre la degradazione dello sviluppo umano globale quasi solo — o certo principalmente— alle sue componenti più materiali ed esterne.

Nella società opulenta l’inevitabile autarchia e autoaffermazione privilegiata implica una chiusura che — nonostante qualunque enunciazione astratta in contrario e nonostante qualunque atto pratico in senso solidaristico — preclude in radice la possibilità di un universalismo coerente, capace di essere e di apparire a tutti come rispettoso delle dignità e della sostanziale parità di diritto, per ogni uomo e per ogni popolo, ai beni della creazione.

4) La società opulenta pone l’uomo che ne partecipa in una condizione di facilità, oltre che immeritata, innaturale e in un clima ideologico di autogiustificazione sistematica, che insensibilmente, ma pressoché inevitabilmente, portano l’uomo ad ammalarsi, a decadere biologicamente e spiritualmente.

L’aspetto culminante di questa decadenza è la perdita del sacro che, già caratteristica della prima società borghese, ora si radicalizza nella società opulenta. La perdita del sacro non va confusa con l’ateismo così detto positivo della formulazione marxiana: mentre la perdita del sacro è sempre antimistica e anticomunitaria, è possibile invece che l’ateismo conservi — suo malgrado —una certa religiosità, una certa carica ascetica e una certa spinta comunitaria e universalistica. Perciò la perdita del sacro, propria della società opulenta, per quanto in partenza possa essere tollerante (apparentemente più che in sostanza), e non aggressiva, di fatto è per natura sua di una progressività irreversibile, cioè tende a paralizzare e a spegnere definitivamente ogni intimo senso religioso dell’uomo; per contro l’ateismo, anche se immediatamente violento e aggressivo, non sempre riesce ad eliminare ogni religiosità, ma è in qualche modo e suo malgrado esposto alla possibilità di un rovesciamento. Il rovesciamento può diventare del tutto impossibile dove l’ateismo si salda alla perdita del sacro.

5) Il benessere dunque della società opulenta non può essere identificato, neppure parzialmente, con la promozione umana simpliciter. Esso è intrinsecamente unilaterale, privilegiato e disumanizzante e quindi si pone di fatto come la più totale e irreversibile contraddizione del cristianesimo. Non accidentalmente ma di necessità esso genera qualcosa che è peggio del paganesimo.

Il neopaganesimo odierno si differenzia dal primitivo. Questo ancora ammirando le cose create (non fatte dall’uomo) le scambiò per Iddio: «Tuttavia minore è il loro rimprovero, poiché s’ingannano forse mentre vanno in cerca di Dio e vorrebbero proprio trovarlo» (Sap 13,6). Invece il neopaganesimo sostituisce all’adorazione (ancora religiosa) delle cose create da Dio, l’adorazione, infinitamente più stolta, delle opere fatte dalla mano dell’uomo: di qui l’irreligione totale e puramente negativa, l’autolatria, che non si interessa più di Dio, neppure per negarlo e combatterlo e non si interessa neppure più sinceramente dell’altro, cioè dell’uomo, nella sua qualità di fratello. Si verifica così la massima negazione oggi storicamente possibile del cristianesimo: se è vero che la società opulenta consente ai suoi membri la massima disponibilità oggi possibile di beni materiali, ne viene che quanti aderiscono ad essa, nello spirito e nelle opere, chiudono il cuore ai fratelli nel massimo grado possibile all’uomo di oggi e perciò realizzano la massima chiusura possibile di se stessi a Dio: «In questo si rendono manifesti i figli di Iddio e i figli del diavolo: chiunque non pratica la giustizia non è da Dio, come non lo è chi non ama il proprio fratello. Chi possedesse dei beni del mondo e vedesse il suo fratello nel bisogno e gli chiudesse il suo cuore, come può essere in lui l’amore di Dio… Chi non ama il suo fratello che vede non può amare Dio che non vede» (I Gv 3, 10 e 17; 4, 20).

L’adesione, nello spirito e nei fatti, al benessere privilegiato della società opulenta può così rappresentare la punta più avanzata, nel mondo di oggi, non solo dell’irreligiosità, ma dell’anticristianesimo e del demoniaco.

6) Queste premesse erano indispensabili per comprendere quale possa e debba essere l’atteggiamento del cristiano oggi e della chiesa di fronte al benessere dei pochi e alla povertà dei molti.

La società opulenta non è una cosa teologicamente neutra e moralmente indifferente. Il cristiano non può accettarla come un dato acquisito al suo mondo interiore ed esteriore e non può ragionare a partire dall’accettazione di tale tipo di organizzazione produttiva, economica, politica, culturale.

Il cristiano non può, prima di tutto, porsi il problema di come vivere da cristiano partecipando del benessere unilaterale, privilegiato, autolatrico dei pochi; ma deve prima di tutto rifiutare la società opulenta fino a che essa si pone in questi termini: cioè deve prima di tutto porsi il problema in termini rovesciati, cioè come non partecipare della società dei pochi avvantaggiati e partecipare, invece, della società dei molti esclusi.

Questo rovesciamento, in ultima istanza, equivale a un altro rovesciamento: ossia come rovesciare quello che da molto tempo è la prospettiva e l’insegnamento corrente — nei termini di una morale razionale del senso comune, ossia di una casistica della “moderazione” nella fruizione ammessa per principio di un benessere privilegiato — come rovesciarlo, diciamo, nei termini invece propriamente teologali del mistero della povertà evangelica che esclude l’accettazione di principio del benessere privilegiato, sia pure praticamente «moderato» in sede casistica.

Il rovesciamento ormai si impone non solo per una fedeltà di principio all’evangelo, che non è identificabile e non è riducibile in alcun modo a una etica del senso comune o della moderazione; ma anche per la stessa possibilità di sopravvivenza storica dello spirito cristiano: se è vero -— come è vero — che ogni posizione «razionale» e «moderata» non può oggi resistere da sola e risulta inevitabilmente egemonizzata dal neopaganesimo dominante, e quindi fatalmente finisce, suo malgrado, col farsi subalterna della irreligiosità invadente e si inibisce ogni possibilità di lotta contro l’ateismo.

E’ l’ateismo contemporaneo, in ultima istanza, che pone ormai in termini categorici per il cristianesimo e per la chiesa la necessità di vivere oggi sino in fondo il mistero della povertà evangelica: perché è solo questa che oggi può rompere la stretta soffocante della società opulenta e della perdita del sacro, e può perciò non solo contrastare l’aggressione ateistica, ma liberare quegli eventuali residui di religiosità e di universalismo che ancora possono essere inglobati dall’ateismo contemporaneo.

7) Il rovesciamento teologale dell’impostazione moralistica tuttora corrente importa, a sua volta, quelle enucleazioni e quegli sviluppi dottrinali (anzitutto sul piano dell’esegesi biblica e sul piano di alcuni punti nodali della teologia, soprattutto della cristologia) che appunto – constatavamo all’inizio di questo discorso – non sono ancora del tutto maturi. Non è questo il momento neppure per tentare una delineazione preliminarissima. Basterà fissare soltanto tre punti.

In primo luogo occorre rendersi conto che il richiamo odierno alla povertà evangelica non può più porsi come un semplice richiamo filantropico ed equitativo di fronte ai tre quarti dell’umanità nelle ristrettezze e nel bisogno, e neppure può porsi come richiamo a un consiglio di perfezione o a una virtù cristiana esaurentesi in singole applicazioni pratiche. La povertà evangelica deve essere presentata per quel che essa è realmente in linea di principio nella rivelazione e in linea di fatto nel concreto della storia contemporanea; cioè come un’esigenza globale, che investe la visione e la prassi cristiana nella sua totalità e che (sia pure in modi accidentalmente differenziati secondo i diversi tipi di vocazione e i diversi stati di vita) sostanzialmente si impone a tutti i cristiani per il fatto stesso di essere cristiani (come intende chiaramente l’evangelo e come ha inteso la tradizione prevalente dei Padri) e per di più oggi si impone alla chiesa e ai cristiani per uno stato di necessità storica sempre più incombente cioè come unica via possibile per l’arresto della perdita del sacro e per la vittoria sull’ateismo contemporaneo.

L’appello alla povertà evangelica, diventa oggi non solo un richiamo a un elemento integrativo di perfezione e di bellezza della chiesa e della testimonianza dell’universale fraternità cristiana, ma piuttosto l’espressione pura e semplice di una condizione assoluta di sopravvivenza storica del senso religioso del mondo e della vita.

8) In secondo luogo, per comprendere il momento attuale e la funzione non di perfezionamento soltanto, ma di salvezza simpliciter (storica oltre che metastorica) che può esercitare oggi la povertà evangelica, occorre reinserire e reintegrare la povertà stessa nel quadro complessivo di tutta la storia della salvezza e particolarmente in rapporto al punto nodale di quella storia, cioè la croce di Cristo. Perciò una dottrina della povertà, teologicamente e storicamente adeguata, suppone almeno l’approfondimento di due presupposti dottrinali fondamentali:

— Un ripensamento biblico integrale, non solo nella ricostruzione della prassi e dello sviluppo, per così dire «normativo» della povertà attraverso le diverse tappe della rivelazione; ma ancora di più nella chiarificazione del rapporto essenziale tra la povertà e il nucleo più intimo del piano divino, nella storia di Israele, della sua elezione, della sua servitù e «povertà» e della sua liberazione.

— Una cristologia non essenzialistica ma esistenziale, che vede nella kenosi e nella croce di Cristo non soltanto una modalità accidentale (che «avrebbe anche potuto non essere») del piano dell’incarnazione, ma l’unico modo reale e concreto dell’attuarsi dell’incarnazione stessa, quindi il modulo assoluto e rigorosamente condizionante, del prolungarsi dell’incarnazione nel cristiano e nella chiesa. Questo e quella sono dunque chiamati a partecipare, non in modo qualunque, ma in modo assoluto e globale, alla spogliazione, all’«impoverimento», all’annientamento del Cristo.

Quanto al riguardo è detto nel c. I della costituzione De ecclesia (specie parr. 2, 3 e 8) costituisce un’importantissima, forse decisiva spinta, perché il processo di chiarificazione e di sviluppo dottrinale si acceleri e possa rapidamente arrivare all’auspicato grado di maturazione.

9) Infine occorre condurre avanti (da qualche anno lo si può dire iniziato) l’impegno sistematico di approfondimento esegetico dei dati espliciti dell’evangelo sulla povertà. In particolare per quanto riguarda la beatitudine dei poveri, occorre andare oltre i risultati interessanti, ma incompleti, già raggiunti in un primo collega mento dei poveri dell’evangelo ai “poveri di Jahvé”[2]: quello che sinora è stato posto in luce per illuminare lo spirito della povertà in senso biblico e per collegarla ai concetti di povertà spirituale, di umiltà, di abbandono religioso, è già un primo dato molto importante, ma non basta, anzi potrebbe risolversi in una nuova scappatoia per eludere il senso concreto, il realismo severo dell’evangelo. Restano ancora da scrutare più a fondo — e con urgenza — due altre componenti, complementari di quel senso «spirituale» della povertà.

Anzitutto occorre riscontrare esegeticamente il senso anche concreto, reale e oggettivo che ha e deve avere la povertà nella beatitudine evangelica: la quale è proclamata come una condizione privilegiata nel regno messianico — secondo una preferenza discrezionale dell’iniziativa salvifica di Dio, libera e gratuita — per chi abbia non solo lo spirito della povertà, ma anche la condizione oggettiva di povero, di escluso, di diseredato di questo mondo, vissuta per altro con intimo religioso abbandono al piano divino.

In secondo luogo occorre, sempre sul piano esegetico e teologico, verificare pienamente la messianicità essenziale della beatitudine dei poveri, cioè appunto il collegamento immediato e diretto tra il senso plenario, spirituale e oggettivo, della povertà e la rivelazione personale di Gesù come il Cristo di Dio.[3]

Solo quando si sarà andati molto più avanti nella scoperta che la povertà evangelica (come sintesi a un tempo di una condizione oggettiva e di una interna adesione dello spirito) coglie direttamente il centro dello stesso mistero personale di Cristo, cioè dell’incarnazione nella sua concreta modalità storica di spogliazione e di annientamento a un tempo in re e in spiritu, solo allora si saranno poste tutte le premesse indispensabili per un inquadramento completo del problema dottrinale e pratico della povertà anche nel rapporto odierno tra Cristo e il mondo.

II. SUGGERIMENTI PRATICI

E’ molto importante distinguere, quanto alla possibilità di nuove e concrete applicazioni pratiche della povertà evangelica, diverse fasi.

A) Prima fase immediata: per i vescovi

Ci sembra di dovere tenere conto della iniziativa che, maturata lentamente attraverso tutte le tre sessioni del concilio, ha raccolto ormai un vastissimo consenso: cinquecento firme, che si aprono con i nomi dei cardinali Liénart, Feltin, Richaud, Lefebvre, Gerlier, Léger, Suenens.[4] Quest’iniziativa, con saggezza e realismo, si è fissata su due punti fondamentali:

La Tenda n° 6 – Novembre 2007

1) Per quel che riguarda la pratica, da parte degli stessi vescovi, di una maggiore semplicità e povertà evangelica propone tre cose:

a) l’abbandono dei titoli aulici (eminenza, eccellenza, ecc.) e la sostituzione con appellativi più idonei a esprimere il compito che spetta ai vescovi in Cristo nella chiesa (padre, vescovo, ecc.)

b) l’uso nella vita ordinaria di insegne e di vesti più semplici e aventi un senso religioso manifesto

c) un tenore di vita semplice, sempre più idoneo a un annunzio, nei fatti, dell’evangelo.[5]

2) Per quanto riguarda l’orientamento di tutta l’attività pastorale:

a) dare un’effettiva priorità nel ministero apostolico, ai poveri e ai bisognosi di ogni genere

b) prudentemente scegliere, profondamente formare e incessantemente sostenere sacerdoti adatti a dedicarsi esclusivamente al ministero tra i poveri, specialmente tra le masse industriali e rurali scristianizzate e tra le masse indigenti del terzo mondo; incoraggiare e guidare i sacerdoti stessi, se possibile, a partecipare alle condizioni di vita e al lavoro dei lavoratori economicamente e socialmente meno favoriti e più insidiati dalle tentazioni ateistiche.

È evidente che in queste stesse proposte si può sin d’ora intravedere una certa progressività: in una certa misura esse sono realizzabili sin da oggi; in un’altra misura, variabile nelle diverse regioni e situazioni, si possono abbastanza agevolmente prevedere degli sviluppi ulteriori, da decidersi più concretamente, per esempio, alla chiusura del concilio ecumenico.

L’importante è incominciare subito, con prudenza, ma anche con convinzione profonda e con fiducia nel grande aiuto che, fatto il primo passo, potrà venire dallo Spirito del Signore e dalla comprensione e incoraggiamento del popolo fedele.

Per meglio concretare i modi e la misura di questi sviluppi, i vescovi che si sentono più sollecitati a portare avanti la cosa potrebbero comunicarsi le loro esperienze nell’ambito delle conferenze episcopali nazionali e regionali.

B) Seconda fase, non immediata ma assai prossima: per tutti i fedeli.

Dopo un primo, anche breve, periodo di esperienza esemplare, da parte dei vescovi, di uno stile di vita alquanto più semplice, si potrà proporre per tutti i fedeli qualche cosa che rappresenti anche per essi un primo passo nella via dell’adesione alla povertà evangelica. L’occasione per questa proposta, che potrebbe anche divenire un’indicazione autoritativa, potrebbe essere la conclusione del concilio ecumenico. Per quella circostanza si potrebbero stabilire due cose:

a) una ripresa dell’antichissima festa liturgica già nella tradizione di Israele[6], per il ringraziamento a Dio dei beni della creazione e dei frutti dell’attività produttiva; alla festa dovrebbe esser collegato un richiamo molto energico ai bisogni dei paesi sottosviluppati e quindi a un sacrificio annuale assai consistente a vantaggio degli indigenti di quei paesi;

b) una restaurazione, in termini nuovi e molto concreti, delle opere di mortificazione e di espiazione del venerdì, sostituendo all’astinenza e al digiuno delle modalità, diverse secondo gli ambienti e gli usi, che consentano sacrifici e offerte di consistenza reale, a vantaggio dei poveri e degli indigenti;

c) lo stesso per i tempi di quaresima e di avvento.[7]

Tutto questo dovrebbe valere, e in termini proporzionalmente accentuati, per i chierici e per i religiosi.

A tutti poi si dovrebbe molto chiaramente spiegare che i suddetti adempimenti non costituiscono ancora quasi per nulla la realizzazione sostanziale della povertà evangelica (soprattutto nel quadro dei principi accennati nelle premesse dottrinali di questo appunto), ma costituiscono soltanto una prima anticipazione, un’iniziale prova di buona volontà, per ottenere dal Signore la grazia di incominciare a comprendere sul serio quali siano le sue preferenze per i poveri e le sue vere esigenze rispetto a coloro che non si trovano in stato di povertà reale.

C) Terza fase, successiva — ma non troppo — alla chiusura del concilio.

I! terzo tempo di questa progressione dovrebbe portare non soltanto a qualche preambolo simbolico, ma realmente al cuore del problema in tutti i suoi aspetti, di dottrina, di prassi e di costume e di istituzione (per vescovi, chierici, religiosi e fedeli). Esso suppone:

a) che si compiano realmente gli approfondimenti dottrinali necessari di cui si è detto sopra;

b) che il magistero supremo e il magistero dei singoli vescovi si impegni seriamente a considerare e a fare considerare la povertà evangelica come un’esigenza globale del Signore nei confronti della sua chiesa e di ogni cristiano, e come una condizione assoluta e pressante di sopravvivenza storica dello spirito religioso di fronte alla invadente perdita del sacro e di fronte all’aggressione ateistica;

c) che i vescovi si sentano per tutto questo chiamati a essere sempre più nel prossimo futuro della chiesa una cosa alquanto diversa da quella che sono stati per molti secoli: cioè non tanto degli uomini di governo amministrativo, ma dei capi veramente in prima linea: guide del popolo cristiano, fisicamente presenti non nelle loro dimore auliche ma nei punti cruciali della sofferenza umana, della indigenza, del bisogno; non separati dal popolo e dal clero da uno stile di vita privilegiato, ma anche per questo aspetto «non dominantes in cleris, sed forma facti gregis ex animo»[8];

d) che i sacerdoti si sentano in tutto chiamati alla povertà evangelica, non solo come distacco affettivo, bensì come distacco anche effettivo sia dai beni temporali sia da un tenore di vita, che non è quello della maggioranza degli uomini oggi viventi sulla terra: veramente divenendo persuasi che non possono considerare riservato solo ai religiosi l’appello evangelico a vendere tutto e a darlo ai poveri;

e) i religiosi, allo loro volta, debbono sempre più assumere come unico criterio di verifica della loro povertà volontaria promessa con voto, non i moduli astratti della regola e della prassi tradizionale, ma il confronto effettivo con la povertà non volontaria dei poveri e degli esclusi della società in cui operano, e, quando questa è la società opulenta, dei poveri delle società meno progredite;[9]

f) che infine tutto questo non può essere solo affidato alla buona volontà e allo spirito dei diversi soggetti, ma deve anche concretarsi (senza troppa dilazione e troppe genericità o troppa relaxatio di dispense e di eccezioni) in norme concrete di un ordinamento giuridico ecclesiastico e di istituzioni veramente ispirate dal senso cristiano della vita e dal senso storico della minaccia incombente sul cristianesimo nel mondo contemporaneo.

Ci sia consentito di chiudere proprio con queste riflessioni. Il diritto canonico antico, in una sua fase veramente aurea, aveva fissato dei principi normativi, che venivano a presidiare e a sostenere il costume comunitario e la buona volontà dei singoli, chierici, religiosi, semplici fedeli. Per esempio stabiliva un certo diritto del povero e del bisognoso su una quota, assolutamente essenziale, dei beni altrui[10]; stabiliva l’obbligo dei chierici di destinare almeno un terzo dei redditi ai poveri, ecc.[11]

Si tratta ora di inventare delle norme aventi un’efficacia analoga, proporzionalmente alla struttura e alla problematica economica e sociale del nostro tempo (naturalmente diverse per i diversi paesi e per i diversi stadi di sviluppo). Potrà a prima vista questo sembrare molto difficile, quasi impossibile. Eppure in concreto non lo sarà, se si terrà conto soprattutto di due criteri molto realistici e molto semplificatori, la cui formulazione delicata e ardua, non deve però a priori essere scartata come si è fatto sinora, con gravissima preclusione di ogni possibilità di garanzia della povertà delle istituzioni ecclesiastiche.

Primo criterio: la necessità di ammettere progressivamente i laici cioè più precisamente dei rappresentanti della comunità dei fedeli,nelle gestioni patrimoniali degli enti ecclesiastici, ponendo fine a una situazione estremamente dannosa per la chiesa nella quale i chierici sono sinora i soli soggetti attivi e passivi delle operazioni e dei rapporti economici.

Secondo criterio: la necessità di ammettere progressivamente una pubblicità dei bilanci degli enti e delle istituzioni ecclesiastiche, almeno nelle loro grandi linee e nei loro capitoli fondamentali.[12] Sappiamo benissimo che il solo accenno a queste possibilità potrà turbare molti e sembrare addirittura un’utopia. Il vero è che anche queste sono condizioni pressoché inevitabili di un futuro ordinamento ecclesiastico che voglia sinceramente adeguarsi allo spirito dell’evangelo e non voglia ridurre a un’utopia la povertà evangelica.

Tutto sta a convincersi che ormai versiamo in uno stato di necessità che, per usare un’espressione della liturgia: «etiam rebelles compellit nostras voluntates»[13] ad abbracciare la povertà evangelica sinora elusa.

Basterà seriamente persuadersi del grado di urgenza storica, perché almeno qualcuno — in qualche diocesi o in qualche parrocchia — incominci a fare qualche esperimento. Sarà abbastanza facile allora constatarne la possibilità pratica, l’efficacia giuridica e la fecondità pastorale.

Genesi del documento del Cardinale Lercaro

di Luigi Mochi Sismondi

Introduzione

Cercando le radici del prezioso documento del Card. Lercaro che andremo a presentare non sono riuscito a trovare un punto fermo, ogni pensiero, ogni storia, ogni azione ci porta indietro, alle persone che con la loro vita nella Chiesa e nel mondo l’hanno reso possibile.

Infatti ogni idea, ogni azione vissute alla luce dello Spirito sono frutto delle idee, delle azioni, della fede degli uomini che l’hanno preceduta, uomini che, come Mosè sulla cima del monte, videro, solo da lontano e senza neanche capirci molto, la terra promessa. Questa è la ragione per cui abbiamo deciso di nominare tante persone, in parte di raccontarle anche un po’, la speranza ha camminato con le loro gambe per un pezzo di strada e qui noi li ringraziamo.

Così abbiamo deciso di partire dai fatti e in concreto partiamo dall’esperienza dei Preti Operai.

1. Preti operai: l’esperienza francese

L’esperienza dei “preti operai” iniziò Francia dove, nel 1943, due preti, Y. Daniel e H. Godin, pubblicarono una ricerca: “France, pays de mission?”, che metteva in luce la frattura che si era creata fra la Chiesa e le masse popolari, specialmente nelle periferie delle grandi città. L’anno successivo, l’allora arcivescovo di Parigi, cardinale Emmanuel Suhard, lanciò la “Missione di Parigi” con il progetto di un’equipe di preti liberati da ogni impegno ministeriale tradizionale per consacrarsi all’evangelizzazione degli ambienti popolari di Parigi.

Egli concesse a quei preti una libertà piena, svincolata da ogni obbligo. Dovevano rendere conto soltanto a lui. E così questi preti cominciarono a vivere con gli operai nelle periferie e nelle fabbriche. Altri vescovi francesi seguirono l’esempio.

Ma quell’esperienza così innovativa e profetica non piaceva in Vaticano. Suhard fu convocato per spiegazioni, ma resistette fino alla sua morte nel 1949. In una circolare della Congregazione dei religiosi, dell’agosto del ‘53, si imponeva ai preti operai di abbandonare la loro condizione di lavoratori “in ragione dei gravissimi danni, per la stessa fede e per lo spirito di disciplina ecclesiastica e religiosa” a cui essi potevano essere esposti. Il 19 gennaio 1954 arrivava il provvedimento definitivo voluto da Pio XII: obbligo ai preti di lasciare il lavoro entro il termine ultimo del 1° marzo “sotto pena di sanzioni gravi”. A quel punto i preti operai si divisero tra ‘soumis’, obbedienti, che accettarono di rientrare nel ministero tradizionale, e ‘insoumis’, disobbedienti, che decisero di rimanere al loro posto. E’ a questo punto che possiamo collocare la storia di Paul Gauthier.

2. Paul Gauthier e “I compagni di Gesù carpentiere”

Paul Gauthier viene ordinato prete a Digione e nominato professore di lettere a Flavigny. Nel 1947 diventa professore di teologia nel seminario maggiore di Digione. Dal ministero diocesano e dall’insegnamento, passa presto all’impegno a fianco dei più poveri. Gauthier decise di fare il prete operaio, proprio nel momento in cui i preti operai venivano colpiti da Roma. Allora Gauthier ha un’intuizione: se io vado a fare il prete operaio, come Cristo ha fatto il carpentiere e vado a farlo a Nazareth, avranno il coraggio di dirmi che lì non lo posso fare? Quindi parte si lega al vescovo Melchita di Nazareth, Padre George Hakim ed attraverso di lui al patriarca Maximos IV, che come vedremo pur avendo più di ottant’anni è stato uno dei grandi protagonisti del concilio. Gauthier fonda una società patriarcale, che faceva capo al patriarca Maximos IV e che si chiamava Les Compagnon de Jesù charpentier. Vivevano tutti molto poveramente facendo un lavoro manuale  e chiedendo alla Chiesa di farsi interprete del desiderio degli umili e dei poveri di sentirsi rappresentati nella sequela del Cristo.

L’esperienza di lavoro e di condivisione, di preghiera e di riflessione porterà Gauthier a scrivere il suo libro più importante, Jésus, l’Église, les pauvres . Da questo testo, nascerà durante il Concilio Vaticano II il movimento della “Chiesa dei poveri”, attorno alla questione della scelta di condivisione che la Chiesa è chiamata a compiere in solidarietà con i più deboli.

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3. La preparazione del Concilio

Un mese prima dell’apertura del concilio, l’11 settembre 1962, Giovanni XXIII indirizzò un radiomessaggio ai fedeli. Fra l’altro disse: “La chiesa si presenta quale è e vuole essere, come Chiesa di tutti e particolarmente Chiesa dei poveri.” E, continuando“… dovere di ogni uomo e dovere impellente di ogni cristiano è di considerare il superfluo con la misura delle necessità altrui e di ben vigilare perché l’amministrazione e la diffusione dei beni creati venga posta a vantaggio di tutti.”

Mons. Duval vescovo di Algeri in qui stessi giorni scriveva: “…la voce della Chiesa, soprattutto in occasione del Concilio ecumenico deve risuonare come la voce della coscienza dell’umanità, in modo particolare in favore dei poveri e di tutti quelli che soffrono ingiustizia. Questa voce deve essere così chiara e veemente, da dare a tutti la certezza che la Chiesa come il Cristo, è mandata per evangelizzare i poveri

Ma nel programma dei lavori conciliari di questi temi non c’era una adeguata sottolineatura, un gruppo di vescovi intende dall’inizio modificare questa impostazione. Questi vescovi si erano ritrovati, ospiti del Cardinal Suenens, presso il Collegio Belga di Roma, l’iniziativa era stata proprio del Vescovo di Nazareth, il Vescovo di Gauthier.

4. Il gruppo de “La Chiesa dei Poveri”

Già prima dell’inizio del concilio era stato Padre Hakim a chiedere a Paul Gauthier di redigere il libro: “Gesù, la Chiesa e i poveri”. In questa nota Gauthier e il suo gruppo esprimono la sofferenza di fronte alla frattura tra la Chiesa da una parte e i poveri e il mondo del lavoro dall’altra, e la speranza che il Concilio possa superare questa lacerazione.

Giunti a Roma Padre Hakim in accordo con Charles-Marie Himmer Vescovo di Tornai (Belgio), decidono di dare diffusione tra i padri conciliari della nota di Gauthier. Per dare una prima risposta a questa sollecitazione il 26 ottobre del 1962 viene convocata una prima riunione presso il Collegio Belga, che si raccoglie intorno al cardinal Gerlier Vescovo di Lione, 12 vescovi in tutto.

Prima di raccontare i temi della riunione sarà utile una breve presentazione dei partecipanti:

  • Cardinale Pierre-Marie Gerlier vescovo di Lione (Francia) presiede la riunione, aveva sostenuto l’apostolato dei preti operai nel mondo del lavoro
  • Georges Mercier vescovo di Laghuat (Sahara), sensibile al problema dei poveri in un ambiente ricco di petrolio che però vede enormi disparità e una grande povertà. Decide per venire a Roma di sbarcare a Napoli ed arrivare a Roma a piedi, come pellegrino, in incognito mendicando pane e alloggio.
  • Charles-Marie Himmer vescovo di Tornai (Belgio), in una diocesi mineraria ed operaia era stato tra i promotori della pastorale del lavoro e dei preti operai, aveva già riunito su questi temi alcuni vescovi dell’Europa occidentale.
  • Georges Hakim vescovo di Nazareth (Israele-Palestina) è il vescovo di Gauthier e molto vicino al suo movimento dei “Compagni e compagne di Gesù carpentiere”
  • Eugenio Sales vescovo di Natal (Brasile) si era fatto notare per aver interrotto la costruzione della cattedrale per organizzare quella di un quartiere operaio
  • Tullio Botero vescovo di Medellin (Colombia) aveva lasciato il palazzo vescovile per una dimora più semplice dicendo “…ero di famiglia ricca. I ricchi non vedono e non capiscono. Mi hanno regalato un suntuoso palazzo, ero ricco e l’ho accettato. Ma il mio popolo non era contento ed io nemmeno…poi ho capito…l’esempio deve venire dall’alto, dallo Spirito Santo e da noi vescovi.”
  • Heldera Camara vescovo di Recife (Brasile) prendeva i suoi pasti in un’osteria frequentata anche da operai, considerato il vescovo comunista dai suoi nemici è diventato l’emblema di una Chiesa schierata a fianco dei poveri.
  • Alfred Ancel vescovo ausiliario di Lione (Francia) aveva lavorato già da vescovo per cinque anni part-time in un garage nella periferia della città
  • Philippe Dien vescovo di Hué ex Piccolo fratello con un passato di facchino del “risciò”.
  • Maximos IV patriarca melchita di Gerusalemme, riferimento della Fraternità di Gauthier che regalò il suo anello come gesto di povertà e da allora non ne fece più uso.
  • Leon Etienne Duval vescovo di Algeri, considerato vicino alla popolazione araba e nella guerra di liberazione dalla colonizzazione francese difensore dei loro diritti.
  • Manuel Larrain vescovo di Talca (Cile) è considerato tra gli ispiratori della Populorum Progressio

Nella riunione del 26 ottobre 1962 si partì con una profonda revisione di vita, si mise a confronto la propria vita e il proprio pensiero e quello delle chiese che presiedevano con i problemi posti dai poveri, dagli operai. Riassunse così il Cardinale Gerlier “Il problema si pone sotto forme diverse ma al fondo resta sempre lo stesso: quello della situazione dolorosa di un enorme numero di uomini, risultato di una ripartizione diseguale delle ricchezze. Ora l’efficacia del nostro lavoro è legata a questo problema. Se non l’affrontiamo eludiamo gli aspetti più attuali della realtà evangelica e umana… Tutto il resto rischia di restare inefficace…”

La relazione finale fu redatta dal vescovo Mercier indicando tre problemi:

  1. sviluppo dei paesi poveri
  2. evangelizzazione dei poveri
  3. ridare alla Chiesa il suo volto di povera

e tre possibili vie di soluzione:

    1. dare maggiore fondamenti alla dottrina della presenza sociale di Gesù nell’umanità povera
    2. stimolare la pratica della povertà nella chiesa
    3. illuminare la pubblica opinione con gesti semplici e un congresso mondiale sul tema della povertà.

Nella seconda riunione si tenne il 5 novembre 1962 sotto la presidenza di Maximos IV e riunì più di cinquanta vescovi e nelle tre successive svolte nel mese di novembre furono trattati gli stessi temi, con però un’attenzione crescente alla pratica della povertà e alla diffusione di queste idee tra i Padri conciliari e nella pubblica opinione.

Si decise di preparare una supplica per domandare la creazione di una commissione speciale per trattare i seguenti temi:

    1. esercizio della giustizia personale e sociale specie verso i popoli in via di sviluppo
    2. pace ed unità della famiglia umana
    3. evangelizzazione dei poveri
    4. rinnovamento evangelico dei pastori e dei fedeli per mezzo della povertà

Il 21 novembre 1962 questa supplica redatta dal vescovo Mercier viene presentata al cardinale Cicognani, segretario di Stato e presidente della Commissione per gli Affari Straordinari del Concilio e contemporaneamente il cardinale Gerlier porta una lettera d’appoggio al Papa che per non lo riceve perché già malato e sofferente ma, letta la lettera, la approva e lo prega di andare avanti.

5. Interventi nella Prima Sessione

Abbiamo detto che dall’inizio della prima sessione si nota una separazione tra l’attenzione crescente che il tema della Povertà suscita tra i vescovi riuniti in Concilio e l’assenza di questo tema negli schemi generali. Molti Padri presero la parola sul tema in relazione ai vari aspetti trattati ma bisognerà aspettare l’ultima Congregazione Generale il 7 Dicembre 1962 per ascoltare nell’intervento del cardinal Giacomo Lercaro una trattazione esauriente e concreta del tema, presentiamo una sintesi di questo testo perché ci pare di un’importanza capitale.

“…Voglio dire che il mistero di Cristo nella Chiesa è sempre, ma soprattutto oggi. il mistero del Cristo nei poveri, poiché la Chiesa, come dice il Santo Padre Giovanni XXIII, è sì, la Chiesa di tutti, ma soprattutto « la Chiesa dei poveri ». Leggendo il sommario di tutti gli schemi che ci sono stati consegnati ieri, io sono rimasto non poco sorpreso e colpito da questa lacuna: tutti gli schemi non sembrano considerare, con esplicita intenzione e in maniera adeguata alla situazione storica, questa rivelazione essenziale e primordiale del mistero del Cristo:

…Per questo motivo, concludendo questa prima sessione del nostro Concilio, bisogna riconoscere e proclamare solennemente che non assolveremo a sufficienza il nostro compito, non riceveremo con spirito aperto il piano di Dio e l’attesa degli uomini, se non porremo, come centro e anima del lavoro dottrinale e legislativo di questo Concilio, il mistero del Cristo nei poveri e l’evangelizzazione dei poveri.

Se in verità la Chiesa, come si è detto molte volte, è il tema di questo Concilio, si può allora affermare, in piena conformità con l’eterna verità del Vangelo, e nel medesimo tempo in perfetto accordo con la situazione storica presente: il tema di questo Concilio è la Chiesa nella misura in cui essa è specialmente « la Chiesa dei poveri »….

6. Intersessione

Il periodo che separa le prime due sessioni del Concilio vide nelle varie diocesi un esteso confronto sui temi conciliari e in primis sul discorso della povertà della Chiesa e l’evangelizzazione dei poveri.

Per dare solo un’idea della fecondità e della concretezza del dibattito e delle aspettative che la Prima Sessione aveva suscitato sull’argomento riportiamo qualche intervento significativo:

– Il padre Haring nominato dopo la Il sessione del Concilio, segretario della commissione per lo schema 17 (quello sulla Chiesa), affermava:

“In questa materia (la morale sociale) i Padri della Chiesa erano più radicali. Sant’Agostino parla del superfluo di fronte ai poveri come di « rapina ». Fino a Costantino, la Chiesa era povera.

Abbandonando i privilegi di questo mondo, noi speriamo di sottrarci finalmente all’era costantiniana. Ci sono infatti dei privilegi tipicamente mondani che non sono necessari alla vita della Chiesa come, per esempio, gli onori ed il fasto.”

– La lettera pastorale di padre Jean Guyot, vescovo di Avranches, è consacrata al mistero della povertà nella Chiesa:

“Gesù si è talmente identificato con i poveri durante la vita e fino alla morte, che dopo la resurrezione i poveri restano identificati con lui per sempre.

Fino alla fine dei tempi, il Cristo risuscitato sarà misteriosamente presente e vivente nei poveri, come in un supplemento d’umanità.”

– Padre Heldcr Camara rivolge ai suoi fratelli nell’episcopato una circolare-questionario: innanzitutto egli constata che ogni vera riforma della Chiesa è sempre cominciata con una riforma della povertà. Egli propone:

“1°) Sopprimiamo i nostri titoli personali di Eminenza e di Ecce lenza. Non consideriamoci come dei nobili; rinunciamo ai nostri blasoni e alle nostre divise;

2°) tutti sappiano che noi abbiamo solo una piccola automobile (non una grande);

3°) non permettiamo che la nostra casa sia chiamata palazzo, ma stiamo attenti che non lo sia realmente.

Piccole cose? Sì; ma che ci allontanano dallo spirito del nostro secolo e soprattutto dagli operai e dai poveri. Quando i due terzi delle persone che sono al mondo sono in uno stato di sottosviluppo, affamate, come sciupare grosse somme per la costruzione di chiese di pietra, dimenticando il Cristo vivente, presente nella persona dei poveri? Che le case di Dio, si elevino fraternamente mischiate alle case degli nomini, aperte, accoglienti, povere nel senso evangelico.”

Chiudiamo questa piccola antologia con l’estratto di una lettera dell’Agosto del 1963 del vescovo Mercier a Paolo VI dopo la sua elezione.

“Uno dei più piccoli vescovi del mondo non ha ancora manifestato a Vostra Santità la propria gioia per l’elezione al Sommo Pontificato…. Un gruppo di Padri del Concilio, particolarmente sensibili ai problemi della « Chiesa dei poveri », mi affidò la redazione di una supplica che venne recapitata, il 21 novembre scorso, a Sua Santità Giovanni XXIII. Il giorno stesso in cui l’aveva ricevuta il Vostro beneamato predecessore si degnò di far sapere che ne era stato molto felice, e commosso per il « tono diretto».

Sarebbe di nuovo una grazia insigne per la Chiesa se Vostra Santità, accogliendo con tutta la sua paterna bontà questa nuova supplica, si degnasse, nel momento che giudicherà più opportuno, e nella maniera che sembrerà più efficace, in una lettera, in un messaggio, in una enciclica, di trattare questo soggetto capitale fra tutti : « la Chiesa dei poveri ».”

7. La Seconda Sessione

Il concilio ricomincia (29 settembre 1963) con l’esame dello schema sulla Chiesa. Lercaro riprende la parola il 2 ottobre per chiedere di nuovo che “La Chiesa sia presentata come la Chiesa dei poveri, poiché i poveri e la povertà sono nel cuore stesso della dottrina sulla Chiesa”, Lo stesso concetto viene ribadito dal Cardinale Gerlier il 4 ottobre e da molti altri padri conciliari in tutto il mese di ottobre. Riportiamo ancora un intervento quello del Padre Pierre Boilon vescovo di Verdun che ben caratterizza il clima della discussione:

“Ecco la nostra angoscia a proposito del « popolo di Dio »: in molte nazioni che da secoli hanno già ricevuto il Vangelo, una folla immensa di poveri guarda la Chiesa come estranea, talvolta addirittura conie ostile. Quale scandalo! Nostro Signore ci ha solennemente insegnato che i poveri sono legati a lui da un legame intimo, anzi sono lui stesso….

… questa parte dell’umanità che piange e soffre è assente dalla Chiesa, se essa considera la Chiesa come un’estranea, noi siamo tenuti a riconoscere i costumi e le condizioni che pongono ostacoli ai poveri e a toglierli di mezzo. …Se vi sono nella Chiesa degli ostacoli che allontanano i poveri, questo problema, agli occhi di noi vescovi, deve meritare il primo posto nel lavoro del Concilio. …La Chiesa non solo si rivolga ai poveri, ma sia essa stessa povera, come il Cristo. Non solo sia povera ma rivesta il volto e i costumi della povertà; non ne abbia solo il volto, ma viva con i poveri e in mezzo ad essi perché chi è tagliato fuori dai poveri è tagliato fuori dal Cristo.”

Nello stesso periodo all’inizio di Ottobre 1963 ricominciano le riunioni al Collegio Belga, ormai il gruppo si è strutturato, e cerca di lavorare nel profondo dandosi dei compiti di ricerca teologica, pastorale e sociologica, in modo da uscire da una prima fase più sentimentale per giungere a proposte sia dottrinali che pratiche. Viene offerta la guida del gruppo a Lercaro e Gracias (Bombay).

L’11 ottobre 1963, il cardinale Lercaro, convocava il direttivo del Gruppo per comunicare che Paolo VI aveva ricevuto la lettera da Nazareth del 15 agosto (scritta da Paul Gauthier e i Compagni di Gesù Carpentiere) e il dossier sulla Chiesa dei Poveri e gli aveva dato mandato di condurre in porto questi progetti, nel Concilio e nella Chiesa, su un triplice piano: la dottrina, la pastorale, le istituzioni.

Intanto il Concilio vive uno dei suoi momenti più difficili, lo scontro si sposta sulla Costituzione sulla Chiesa, sul valore dell’ordinazione del vescovo e l’importanza della collegialità. Nel voto del 30 ottobre si mostra una larga maggioranza a favore di una maggiore collegialità delle decisioni. Questo clima di scontro le difficili mediazioni a cui il nuovo Pontefice non vuole rinunciare, perseguendo comunque il fine di una unità la più larga possibile a costo anche di un progressivo annacquamento delle tesi, non favorisce il lavoro di chi punta a fare della povertà il tema del Concilio.

8. La presentazione del documento

Il Papa nel mese di settembre 1964 chiede a Lercaro di riprendere la compilazione di una relazione che doveva documentare il lavoro svolto dal gruppo “Chiesa dei poveri”.

A seguito di questa sollecitazione il 19 novembre Lercaro porta al Papa il documento, che era stato redatto con Lercaro da un ristretto numero di vescovi.

Questo stesso documento era stato controfirmato con “…una raccolta di oltre cinquecento firme di padri, che si apre coi nomi di venerati cardinali; raccolta del tutto spontanea, compiutasi attraverso le tre sessioni conciliari, per un progressivo allargarsi tra i padri del senso della necessità e dell’urgenza del problema.”

Non si è informati se Paolo VI abbia preso visione della memoria; è possibile che ciò non sia avvenuto dato che già il 28 nov. 1964 il card. Cicognani, segretario di Stato, comunicava al card. Lercaro che i «documenti relativi al problema della povertà nella chiesa» erano stati da lui trasmessi «per il competente esame all’em.mo cardinale Eugenio Tisserant, presidente della commissione per la revisione degli abiti e ornamenti prelatizi». Non si sa neppure se questo esito sconcertante sia stato disposto da Paolo VI; certo esso costituisce un sintomo emergente dell’impermeabilità con la quale veniva considerata ogni proposta sulla povertà e lascia anche intravedere una progressiva emarginazione dell’arcivescovo di Bologna. Non è un caso che questa memoria sia rimasta inedita sino alla prima pubblicazione nel volume “Per la forza dello spirito” del 1984.

Non dimentichiamo poi che solo quattro anni dopo Lercaro venne costretto alle dimissioni proprio da Paolo VI probabilmente per la sua appassionata predica del 1 gennaio 1968 contro i bombardamenti americani in Vietnam.

9. Conclusioni

Al termine di questa ricerca possiamo tirare qualche conclusione:

  1. Il documento del cardinale Lercaro nasce da un movimento che affonda le sue radici almeno nel periodo del dopoguerra, specialmente in ambiente francese e risente certamente delle lotte del movimento operaio.
  2. Questo movimento è stato prodotto da singoli e gruppi di cristiani impegnati che certo non pensavano che la loro influenza arrivasse fino al vertice della gerarchia.
  3. Il Concilio è stato un grande momento di ricerca, riforma e ripensamento, ad opera dei padri conciliari certo ma anche di gruppi di teologi e cristiani impegnati, preti e laici.
  4. Nel corso del Concilio si è progressivamente annacquato lo spirito profetico e coraggioso della prima sessione.
  5. Nonostante tutto Lercaro e altri con lui producono un documento coraggioso, concreto, di alto valore cristiano, se ne ritrova la traccia nella “Populorum progressio” che dimostra che Paolo VI in enciclica è più coraggioso di quello che riesce ad essere nelle mediazioni conciliari.
  6. Il momento di grazia si è perso? Forse sarebbe stato possibile più chiarezza e coraggio, forse si sarebbe potuta iniziare una vera riforma della Chiesa, non è stato possibile ma la Teologia della Liberazione prende le mosse dall’interpretazione di questo momento da parte degli episcopati latinoamericani (Meddelin, Puebla) e delle comunità di base. Sotterraneo resta vivo questo spirito che riaffiora in mille modi nella Chiesa e nel mondo. Nulla va perso, nulla è poco importante: quello che appare perdente, o non significativo sul momento, se è secondo lo Spirito, permane per riapparire a formare le coscienze e creare la Storia.

 

Il Gruppo “La Tenda” è formato da:

Franco Battista, Torre Angela Roma

Gruppo La Tenda

c/o Lorenzo D’Amico

Via Monte Sant’Angelo, 34

00133 Roma

gruppolatenda@gmail.com

www.latenda.info

Francesco Cagnetti, Monteverde Roma

Tina Castrogiovanni, Ostia Nuova Roma

Lorenzo D’Amico, Torre Angela Roma

Maurizio Firmani, Monteverde Roma

Chiara Flamini, Torre Angela Roma

Alessia Galici, Ostia Nuova Roma

Maria Dominica Giuliani, Aurelio-Boccea Roma

Luigi Mochi Sismondi, Torre Angela Roma

Liliana Ninchi, Ostia Nuova Roma

Marco Noli, Ostia Nuova Roma

Solange Perruccio, Monteverde Roma

Umberto Sansovini, Ostia Nuova Roma

Gianfranco Solinas, Martina Franca Taranto

Antonella Sorressi, Ostia Nuova Roma

Micaela Sorressi, Ostia Nuova Roma

Daniele Trecca Ostia Nuova Roma

  1. Fonti:Al FD 4/426 datt. cop. ff. 18 con correzioni ms Ds A2 FL 22/1964 datt. cop. ff. 13.Il testo qui pubblicato è A2, che presenta pochissime varianti lessicali rispetto ad A1. La copia conservata in FL 22/1964 (A2) è preceduta dalla lettera di accompagnamento indirizzata da Lercaro al card. segretario di stato, G.A. Cicognani il 19 nov. 1964:«Em.mo e rev.mo sign. mio oss.mo, come da augusto desiderio espressomi dal s. padre, insieme ad un ristretto numero di vescovi di diversa nazionalità — i cui nomi presentai allo stesso santo padre —, abbiamo studiato nei suoi aspetti teorici e pratici il problema della povertà nella chiesa, quale sembra oggi presentarsi. Nell’ultima udienza concessa ai moderatori giovedì 12 corr. sua santità mi disse di consegnare a v.em.za rev.ma i risultati ormai maturi di quei nostri incontri di studio. Purtroppo l’intensificato lavoro conciliare di questi giorni mi consente solo oggi di consegnare sufficientemente coordinato e corretto il nostro modesto risultato. Allo stesso allego una raccolta di oltre cinquecento firme di padri, che si apre coi nomi di venerati cardinali; raccolta del tutto spontanea, compiutasi attraverso le tre sessioni conciliari, per un progressivo allargarsi tra i padri del senso della necessità e dell’urgenza del problema. Bacio con devozione le sacre mani all’em.za v. ill.ma e rev.ma della quale godo professarmi umil.mo obbl.mo dev.mo servitor vero».

    Il ristretto numero di vescovi di cui si parla comprendeva: G. Carraro (Verona); P. Puech (Carcassonne); A. Ancel (Lione); S. Moro Briz (Avila); C.M. Himmer (Tournai); F. Heng sbach (Essen), B. Yago (Abidjan-Costa d’Avorio); L. K. Arai (Yokohoma-Giappone); G.M. Coderre (St. Jean de Quebec-Canada); J.J. Wright (Pittsburgh-USA); M. G. Mc Grath (Pa Ilama). Questi nomi erano stati indicati a Lercaro, su sua richiesta, dallo stesso Ancel in una lettera del 4 ag. 1964 (F.L 22/1964). Il gruppo si era riunito la prima volta il 28 sett. 1964, su invito di Lercaro di cui si conserva il testo autografo (FL 22(1964) che tra l’altro dice: “Eccellentissimo signore, sarà per me cosa gradita se potremo incontrarci in alcuni vescovi — i cui nomi troverà sottoindicati in questo foglio — per studiare alcuni suggerimenti pratici a proposito della povertà nella chiesa. Facciamo questo, benché quasi per un accordo tra amici e senza alcuna nomina ufficiale, per suggerimento tuttavia del veneratissimo superiore, al quale debbo riferire al più presto possibile il nostro proposito». Notizie di questi incontri riservati si hanno in Lettere, 272, 289, 322 e 331, nonché in alcune lettere di Ancel conservate in FL 22/1964.

  2. Cf. Gelin: Il povero… passim
  3. Cf. Dupont, Les beatitudes…, 126-180
  4. Si tratta dell’attività dei gruppo che si riuniva presso il collegio Belga (cf. sopra p. 19). Esso aveva concretizzato le proprie riflessioni sulla povertà in una lettera al papa e in due mozioni che erano state sottoscritte da più di 500 padri (cf. il verbale della riunione del 13 nov. 1964 in FL 22/1964). Ne diamo di seguito il testo integrale tradotto dall’originale francese sempre in FL 22/1964: «Padre santo, il gruppo deì vescovi che, fin dai primi giorni del concilio, si è dedicato allo studio del grave problema de ‘‘la chiesa e i poveri”, desidera esprimere alla santità vostra la propria gioia profonda e sua la filiale riconoscenza.Gli sembra infatti che la vostra prima enciclica, che contiene un invito pressante ai padri del concilio, li inviti più specialmente ad aprirsi a vostra santità sul soggetto preciso del rinnovamento interiore della chiesa con lo spirito di povertà. Noi vogliamo rispondere con fiducia a questa esortazione. La nostra intenzione è di farvi partecipe da qui a qualche giorno della volontà concreta di molti vescovi di impegnarsi coraggiosamente sulla via di una semplicità più evangelica nei loro titoli, nel loro vestiario, nelle loro insegne e nel loro modo di vivere. Un grande numero di essi è ugualmente disposto ad accordare tutto il suo valore pratico, nell’apostolato, al primato dell’evangelizzazione delle masse povere e delle classi operaie scristianizzate. Siamo convinti che il vangelo è un amore che occorre mettere nel cuore degli uomini, cominciando dai più poveri.

    Speriamo così di rispondere filialmente alla prima suggestione della vostra lettera enciclica: “Come dare alla nostra parola e alla nostra condotta l’impronta della povertà”.

    Noi terremo fedelmente vostra santità al corrente dei nostri lavori e dei nostri sforzi, perché risentiamo dolorosamente con voi, padre santo, della situazione tragica della chiesa, troppo spesso separata dalle masse, impedita da apparenze di ricchezza ancora troppo marcate e fermata nel suo sforzo di evangelizzazione dei poveri, i due terzi dell’umanità, i preferiti del Signore.»

    I. Mozione: Semplicità e povertà evangelica.

    «Nella sua prima enciclica Ecclesiam Suam, ss. Paolo VI ci ha rivolto un’esortazione pressante a proposito della pratica dello spirito di povertà evangelica: “Noi non esitiamo a domandarvi, venerabili fratelli, il conforto del vostro consenso, del vostro consiglio e del vostro esempio… Come dare alla nostra parola e alla nostra condotta l’impronta della povertà? Come proporre per la vita della chiesa quei criteri direttivi che devono fondare la nostra fiducia più sull’aiuto di Dio e sui beni dello spirito, che non sui mezzi temporali?’’ Già nel corso delle due prime sessioni, quarantatre interventi avevano insistito su questo aspetto, e di nuovo, in questa terza sessione, molti vi sono ritornati. Cosi per rispondere a questo appello del successore di Pietro:

    1. Noi siamo pronti ad abbandonare i titoli solenni (eminenze, eccellenze, signori) e a essere chiamati padri o vescovi, o con altri nomi indicanti nel nostro popolo ciò che siamo nel Cristo.

    2. Certamente, niente è troppo bello nella liturgia, e domandiamo rispettosamente alla commissione liturgica che questa bellezza sia messa in risalto dalla sua conformità a questa semplicità evangelica. Nella vita ordinaria siamo pronti a portare insegne e vestiti semplici il cui significato religioso sia evidente.

    3. Nel nostro modo di vivere, desideriamo manifestare di fatto al popolo che ci è stato affidato il vangelo che annunciamo.

    4. Nei nostri mezzi di azione pastorale, noi fonderemo la nostra fiducia non sulle relazioni e le ricchezze temporali, ma sull’aiuto di Dio e sulle forze spirituali della preghiera e della parola del Signore.

    Questo proposito che sottomettiamo al santo padre non è che un primo passo, ma è possibile,significativo e sarà seguito con la grazia di Dio da altri gesti. Confidiamo cosi di contribuire a far apparire la chiesa conforme a Gesù Cristo e poter annunciare il vangelo ai poveri».

    II. Mozione: Primato dell’evangelizzazione dei poveri

    «Durante questo concilio molti padri sono intervenuti per domandare che sia data priorità all’evangelizzazione dei poveri. Il nostro papa Paolo VI ha con fermato « Questo orientamento in più riprese (Discorso di apertura della 2° e 3° sessione, enciclica Ecciesiam suam). Consacrati in Cristo che è stato mandato innanzi tutto ad evangelizzare i poveri (Lc 4, 18), noi vogliamo come lui assumere come primario questo compito apostolico verso i più bisognosi , sono troppo spesso i più lontani dalla chiesa e tuttavia spesso anche i più disposti al vangelo. Questo primato comanderà i nostri orientamenti pastorali e la ripartizione del clero. Negli ambienti operai e rurali scristianizzati o alle masse povere del terzo mondo, chiediamo di poter inviare dei sacerdoti pronti a condividere le loro condizioni di esistenza e lavoro, allo scopo di potere annunciare liberamente il vangelo ( 1 Cor 9, 12).

    In questo caso metteremo tutte le nostre cure, secondo le nostre possibilità, per discernere con prudenza le vocazioni per questo ministero del vangelo (Rm 13,18), per formarle e sostenerle, in accordo con i nostri confratelli nell’episcopato».

  5. Nella prima riunione presso il Collegio belga, mons. Mercier aveva proposto che i vescovi non portassero nè oro, nè argento, ma insegne più semplici; non si facessero chiamare «signori» ma «padri», come in effetti sono; utilizzassero vetture da lavoro, non di lusso (verbale del 26 ott. 1962 in FL 22/1962). In data 7 apr. 1963 una circolare dello stesso gruppo riportava una proposta di H. Camara dal titolo “Alla ricerca della povertà perduta” nella quale si legge: «Abbiamo dunque il coraggio di una revisione di coscienza e di vita; abbiamo sì o no adottata una mentalità capitalistica, di metodi e di procedimenti, che andrebbero assai bene per dei banchieri, ma che non sono forse molto adatti per chi è un altro Cristo? Nell’ansia di fare previsioni e ridare consistenza ai patrimoni per la curia, per le parrocchie o per le altre opere siamo ancora in limiti accettabili per coloro che, agli occhi degli uomini, incarnano la dottrina dell’evangelo?» (FL 22/1963).
  6. Si tratta della festa del raccolto o delle capanne, cf. Es 23, 16. Per maggiori notizie R. De Vaux, Les Institutions de l’ancien testament, II Paris 1960, 397-407.
  7. Proposta concreta: i venerdì di tutto l’anno e i tempi di avvento e di quaresima siano prescelti come giorni o tempi dei poveri. Ciascuno sia con insistenza invitato a imporsi qualche privazione nel cibo e nelle bevande, con l’intento, senza trascurare altri scopi (per es. l’imitazione di Cristo), di aiutare più efficacemente gli altri fratelli vicini o lontani che soffrono la fame e la miseria.» (Relatio potius informalis di I. Wright in FL 22/1964).
  8. 1 Pt. 5,3 (Non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge.)
  9. “La Povertà nella vita religiosa, che deve servire da modello per tutti i cristiani, scompare dietro la facciata dei mezzi abbondanti di cui dispongono le congregazioni; queste possono offrire ai loro membri una sicurezza e una comodità mentre la povertà della classe proletaria si traduce principalmente nell’insicurezza economica che sperimenta tutti i giorni”, da La pauvreté dans l’Eglise et dans le monde moderne, datt. di M.G. McGrath, p.6 in FL 22/1964.
  10. Su questo tema cf. lo studio di G. Couvreur, Les pauvres ont-ils des droits? Recherche sur le vol en cas d’extréme nécessité depuis la Concordia de Gratien (1140) jusqu’à Guillaurme d’Auxerre (+1231), Roma 1961. Quest’opera era stata segnalata all’attenzione del gruppo che si riuniva presso il Collegio belga, come risulta dal verbale della riunione del 30 nov. FL 22/1963). La GS affronterà questo tema al n°. 69 EV 1, 913-915.
  11. Decreto di Graziano, p. II, C. XII, q. II. e, XXVIII, ed. Friedberg I, 697.
  12. La pubblicazione dei bilanci delle diocesi e parrocchie è raccomandata dal Direttorio sull’ufficio pastorale dei vescovi Ecclesiae imago, nn. 134-135 (EV IV, 1372).
  13. Secreta (orazione sulle offerte) del sabato dopo la IV domenica di quaresima e della IV domenica dopo pentecoste (piega a te anche se ribelli le nostre volontà)