Lettera 50 (Seconda Serie)

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L’immagine rappresenta l’icona dei 19 martiri d’Algeria. In basso, a destra, Mohamed, l’autista “amico al suo fianco” di mons. Claverie. La moschea davanti a lui esprime la ferma volontà di associare alla Beatificazione tutti i martiri della crisi algerina.

Lettera introduttiva

Care amiche e cari amici, abbiamo tempi preziosi nella chiesa romana con:

– la lettera dei vescovi del Lazio per il giorno di Pentecoste in cui siamo stati richiamati a sviluppare come comunità, con spirito di discernimento, una cultura dell’accoglienza e dell’integrazione… una lotta condivisa alla povertà e non lotta ai poveri;

– la lettera del Vicario generale per la Diocesi di Roma De Donatis ai parroci.

Due tappe preziose per l’intera diocesi.

Leggendo la lettera del Vicario ai parroci e sacerdoti romani dell’11 luglio 2019, abbiamo avuto una piacevole sorpresa: parole chiare nella direzione di un intero popolo in cammino, un popolo chiamato ad essere corresponsabile nelle sfide da affrontare. Di fronte ad una situazione politica in cui sempre più personaggi vorrebbero una delega in bianco, la lettera di De Donatis – e immaginiamo dei suoi ausiliari – ha un respiro e un coinvolgimento evangelici, capaci di impegnare l’intera comunità.

Occorre superare sterili contrapposizioni, è necessario un impegno nuovo ad ascoltarsi, a cogliere i vari mondi, culture, fedi che attraversano le nostre vite… solo la partecipazione attiva di tante persone diverse permette di “sfamare tanta gente”. Viviamo in una società di individui sempre più isolati sul proprio smartphone, con sempre più persone che lavorano da casa senza più condividere spazi, tempi, pensieri con i compagni di lavoro…

Compito di ogni cristiano è quello di far emergere il potenziale di ciascuno nei luoghi più disparati e la comunità tutta deve contribuire in maniera decisiva a far interagire tante realtà, ponendo al centro gli ultimi. Dobbiamo aiutarci in un servizio reciproco ad ascoltarci, ad affrontare insieme i veri problemi dell’esistenza, per arrivare a vivere una liturgia domenicale capace di essere toccata dal quotidiano, dalle gioie e dalle speranze, dalle tristezze e dalle angosce delle donne e degli uomini d’oggi. Tale liturgia può ridiventare “fonte e culmine” di una vita rinnovata.

Ognuno di noi si trova ad affrontare un nuovo inizio, nuove e gigantesche sfide.

Alcuni nella società diffondono paure e disprezzo e proprio questo rende il nostro tempo ancora più difficile, ma è invece un tempo prezioso, perché ci è offerta l’opportunità di scavare a fondo con il Signore nella vigna di questa nostra umanità.

Siamo chiamati a contribuire, con umiltà e intelligenza, ad un discernimento comunitario per riaccendere segni concreti di Ascolto, Speranza, Condivisione, Accoglienza …

Ma cari amici abbiamo una buona notizia, non siamo soli, l’esempio che il piccolo fratello Ventura condivide dall’Algeria è un fuoco, e di custodi del fuoco parla la lettera del Vicario,  che può dare forza e speranza al nostro cammino, c’è certamente anche il martiro, però, l’ultima parola non è della morte ma dell’amore.

Ci racconta Ventura: Scriveva il vescovo Claverie un mese prima di essere assassinato:  «la Chiesa adempie la sua vocazione e la sua missione quando è presente nelle fratture dell’umanità… In Algeria siamo su una delle linee sismiche che attraversano il mondo: Islam/occidente, Nord/Sud, ricchi/poveri, ecc.… Qui siamo proprio al nostro posto… La chiesa si sbaglia e inganna il mondo quando si pone come una potenza tra le potenze…. Potrà anche brillare, ma non brucerà del fuoco dell’amore di Dio, “forte come la morte” (Ct.8,6). Dare la propria vita… Una passione di cui Gesù ci ha dato il gusto e ha tracciato il cammino: “Non c’è amore più grande che dare la vita per coloro che si amano”».

Con queste parole vogliamo salutarvi e ricordare a tutti che La Tenda vuole continuare ad essere luogo di confronto e ricerca con tutti, in particolare con gli ultimi.

Lettera card. Angelo De Donatis Vicario Generale per la Diocesi di Roma

Roma, 11 luglio 2019

ai Reverendi Parroci e Sacerdoti della Diocesi di Roma

Carissimo,

approfitto del riposo del tempo estivo per scriverti questa lettera e parlarti così in maniera più aperta e confidenziale dell’anno pastorale che ci aspetta.

Come sai, il processo di conversione e rinnovamento, che stiamo mettendo in atto in Diocesi e nelle nostre comunità, richiede la creazione in ogni parrocchia di un piccolo gruppo di persone, una équipe pastorale, che possa prendersi cura del cammino di tutti, custodendo la direzione comune e animando concretamente le diverse iniziative.

Ti sarai chiesto certamente cosa significhi questa scelta,  quali  siano  i  compiti  dell’équipe  e  con quali criteri si debba selezionare chi ne fa parte.

Proverò a risponderti proprio con questa lettera. È talmente importante la posta in gioco  che vorrei che riflettessi con calma su chi coinvolgere, pregandoci anche un po’ su. L’individuazione di una buona équipe pastorale è una priorità, perché da questo dipende la riuscita del cammino successivo.

Ti consiglio di scegliere dodici persone che possano collaborare con te stabilmente. Il numero non va preso alla lettera, ma serve per farmi capire: è il piccolo gruppo da cui tutto è partito. Non vanno cercate tra coloro che hanno dimostrato di essere prudenti, misurate e circostanziate, ma al contrario, persone “fuori dalle righe”, gente che lo Spirito Santo ha reso degli appassionati dello squilibrio. Non abbiamo bisogno di professionisti competenti e qualificati, quanto piuttosto di cristiani apparentemente come tutti, ma in realtà capaci di sognare, di contagiare gli altri con i loro sogni, desiderosi di sperimentare cose nuove. Non è il tempo dei pensatori isolati, che elaborano piani a tavolino, ma di quelli che hanno voglia di incontrare gli altri, che non si vergognano di farsi vicini ai poveri e che esercitano una certa attrazione sui giovani.

Qualcuno ha scritto (Accattali sul regno attualità 10/2019) che non si tratta di individuare i quadri dirigenti della comunità cristiana, ma gli esploratori coraggiosi, come quelli inviati a perlustrare le vie per la terra promessa. Entusiasti che credono nella brace che sta sotto la cenere, rabdomanti che trovano falde d’acqua in terreni aridi. Magari queste persone finora le hai un po’ contenute (sono francamente destabilizzanti!), ma adesso no: le devi tenere vicino, ascoltarle, valorizzarle, lasciarle agire perché possano scomodare la sonnolente tranquillità di tanti.

Faranno degli errori? Li faranno fare a te e alla comunità? È possibile. Ma come sai bene  è da preferire “una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita….”, piuttosto che una malata di autoreferenzialità e introversione. Questi dodici quindi sono cristiani che credono nella

Resurrezione, nella fecondità dello Spirito Santo mandato dal Risorto e che provano simpatia e non repulsione verso gli altri esseri umani, riconosciuti come fratelli. Per questo saranno capaci insieme con te di quell’ascolto creativo della realtà e delle storie di vita che ci conduca più facilmente ad intuire per quali vie lo Spirito Santo ci sta portando per evangelizzare e costruire la Chiesa del futuro.

Ti ho fatto venire in mente qualcuno? Lo spero davvero. Altrimenti dovrai con sapiente discernimento andarli a scovare, perché sono sicuro che il Signore non li fa mancare perché vuole bene anche alla tua (Sua) comunità. Come Gesù con gli apostoli, stai spesso con loro, riuniscili per meditare il Vangelo e riflettere sul da farsi, confrontandoti con le proposte che verranno  dagli  uffici diocesani e soprattutto dal discernimento in loco di quello a cui vi chiama il Signore.

Tutta la comunità cristiana e tutti gli operatori pastorali sono chiamati a mettersi in atteggiamento di ascolto: con umiltà, con disinteresse e con quella povertà di cuore che, sola, ci dà la beatitudine di riconoscere e seguire l’impulso dello Spirito Santo. L’ équipe pastorale animerà e aiuterà dal di dentro la comunità cristiana a portare avanti l’ascolto, lasciando agire il Fuoco che abbiamo invocato insieme nella Veglia con il Papa. Sarà Lui a illuminare, a purificare, a scaldare: ma non lo farà senza di noi. Cresciamo così nella direzione di quello stile materno di essere Chiesa che Papa Francesco ci ha indicato come meta fin dal primo capitolo di EG.

A questo punto provo a fissare in maniera un po’ più sintetica il ruolo e alcuni compiti dell’equipe pastorale.

 

Il ruolo dell’équipe consiste nell’essere i “custodi del Fuoco”

Ogni fuoco – anche quello acceso nel roveto di Mosè e donato dallo  Spirito  Santo  alla  Chiesa  in vista della sua missione – pur se inizialmente grande e potente, se non curato e alimentato continuamente, rischia di affievolirsi fino a spegnersi. San Paolo, quando scrive  a  Timoteo  esortandolo a perseverare nel servizio del vangelo (cfr. 2 Tm 2,6) usa il verbo – anàzoopyrein – che rinvia al gesto di riattizzare un fuoco altrimenti in pericolo di spegnersi.

L’équipe è chiamata perciò a svolgere primariamente due compiti: quello di custodire il senso del cammino e quello di animarlo, tenerlo vivo all’interno della comunità.

Come già detto, opera insieme a voi presbiteri, attraverso momenti di confronto e condivisione. Rappresenta in questo senso una ‘giuntura’ di comunione all’interno della comunità, in quanto si preoccupa di favorire lo scambio e le relazioni tra i vari soggetti e organi che la compongono. In ogni momento dovrà essere possibile ai catechisti o agli animatori rivolgersi ai componenti dell’équipe per ricevere “lumi” sul senso del cammino e su quanto c’è da fare.

Raggruppiamo il loro compito attorno a tre “custodie”: del senso, della comunione e del cammino.

Custodi del senso

– Favorire il riconoscimento che è a partire da una visione, dal sogno di Chiesa espressa in Evangelii Gaudium (“Chiesa-grembo di misericordia, cioè una ‘madre dal cuore aperto’ per tutti”), che si possono attrarre e coinvolgere le persone.

– Richiamare continuamente il senso del processo evitando uno schiacciamento sul ‘fare’, sulle fasi operative, fecondando così le azioni pastorali attraverso la visione di fondo.

– Fare in modo che nell’Eucaristia domenicale venga richiamato il percorso diocesano, le tappe che si stanno sperimentando, le storie di vita raccolte, mantenendo vivo il senso del cammino e acceso il desiderio di farne parte.

– Ricordare a tutti che l’ascolto non è terminato se non giunge a contemplare la presenza e l’azione   di Dio nelle storie personali.

Custodi della comunione

– Tenere vive le relazioni, motivare, ascoltare e sostenere le persone coinvolte.

– Aiutare i presbiteri nell’animare dall’interno la comunità e a gestirne i potenziali conflitti.

–  Aiutare i presbiteri a seguire i referenti parrocchiali dei vari ambiti pastorali (giovani,

famiglie, poveri…) verificando che tutta la comunità sia coinvolta.

Custodi del cammino

– Ricordare, richiamare i compiti, gli impegni, sollecitando i vari agenti parrocchiali coinvolti

– Aiutare la comunità nel realizzare il cammino diocesano formando sulle singole azioni gli

operatori pastorali e fornendo loro gli strumenti utili per favorire il loro operato.

– Fare il punto, verificare i processi in corso, il clima, il coinvolgimento delle persone.

– Fare in modo che si sperimentino dei piccoli successi che facciano percepire alla

comunità che i cambiamenti in atto sono fruttuosi.

 

Nell’accompagnare la comunità nella fase di ascolto del ‘grido della città ad esempio, l’équipe pastorale avrà i seguenti compiti:

– aiutare gli operatori pastorali a progettare come realizzare questa azione, fornendo loro

attenzioni, strategie e strumenti

– verificare che l’azione di ascolto venga realizzata;

– essere disponibili a chiarimenti e confronto continuo con chi opera in questa azione;

– raccogliere quanto viene raccolto dalla fase di ascolto (storie di vita, riflessioni,   bisogni,

attese,…) e realizzarne una sintesi da condividere con la comunità;

– organizzare – da gennaio in poi – una mappatura del proprio territorio: caratteristiche del

quartiere alla luce della sua storia, stile di vita degli abitanti, presenza di scuole, posti di lavoro,

luoghi di aggregazione, sacche di maggiore povertà e degrado, luoghi di violenza sociale, di

presenza invasiva della criminalità organizzata, ecc.;

– condividere in rete con le altre équipe di prossimità territoriale quanto emerso così da mappare

la realtà in cui le comunità sono presenti;

– attivare legami con le altre istituzioni e associazioni presenti sul territorio.

 

Nello svolgere questi compiti l’équipe sarà supportata dalla Diocesi e dagli Uffici Pastorali coinvolti, fornendo indicazioni pratiche, strumenti, materiali, incontri specifici di formazione e di confronto.

Ma sarà soprattutto il cammino spirituale comune, centrato sugli atteggiamenti di  fondo dell’umiltà, gratuità e povertà del cuore, a sostenere dal di dentro l’ascolto contemplativo della  realtà. Chiedo in particolare ai Vescovi ausiliari e ai Prefetti di guidare le comunità in una costante ricerca di Colui che abita già da sempre le nostre vite e la nostra città .

Da questo cammino pastorale la nostra Chiesa diocesana ne uscirà più attenta agli altri, più consapevole delle domande profonde delle persone, più convinta della Buona Notizia che è chiamata ad annunziare, più sensibile alle ispirazioni di Dio.

Un saluto cordiale e tutti. Chiedo una preghiera, assicuro la mia

Roma, 11 luglio 2019

Angelo Card. De Donatis Vicario  Generale

di Sua Santità per la Diocesi di Roma

 

Lettera dei vescovi del lazio ai fedeli delle diocesi laziali

 

Carissimi fedeli delle Diocesi del Lazio, desideriamo offrirvi alcune riflessioni in occasione della solennità di Pentecoste che ci mostra l’icona dell’annunzio a Gerusalemme ascoltato in molte lingue: pensiamolo come il segno del pacifico e gioioso incontro fra i popoli che attualizza l’invito del Risorto ad annunciare la vita e l’amore.

Purtroppo nei mesi trascorsi le tensioni sociali all’interno dei nostri territori, legate alla crescita preoccupante della povertà e delle diseguaglianze, hanno raggiunto livelli preoccupanti. Desideriamo essere accanto a tutti coloro che vivono in condizioni di povertà: giovani, anziani, famiglie, diversamente abili, disagiati psichici, disoccupati e lavoratori precari, vittime delle tante dipendenze dei nostri tempi.

Sappiamo bene che in tutte queste dimensioni di sofferenza non c’è alcuna differenza: italiani o stranieri, tutti soffrono allo stesso modo. È proprio a costoro che va l’attenzione del cuore dei credenti e – vogliate crederlo – dell’ opzione di fondo delle nostre preoccupazioni pastorali.

Vorremmo invitarvi ad una rinnovata presa di coscienza: ogni povero – da qualunque paese, cultura, etnia provenga – è un figlio di Dio. I bambini, i giovani, le famiglie, gli anziani da soccorrere non possono essere distinti in virtù di un “prima” o di un “dopo” sulla base dell’appartenenza nazionale.

Da certe affermazioni che appaiono  essere  “di  moda” potrebbero  nascere germi di intolleranza e di razzismo che, in quanto discepoli del Risorto, dobbiamo poter respingere con forza. Chi è straniero è come noi, è un altro “noi”: l’altro è un dono. È questa la bellezza del Vangelo consegnatoci da Gesù: non permettiamo che nessuno possa scalfire questa granitica certezza.

Desideriamo invitarvi, pertanto, a proseguire il nostro cammino di comunità credenti, sia con la preghiera che con atteggiamenti di servizio nella testimonianza di una virtù che ha sempre caratterizzato il nostro Paese: l’accoglienza verso l’altro, soprattutto quando si trovi nel bisogno. Proviamo a vivere così la sfida dell’integrazione che l’ineluttabile fenomeno migratorio pone dinanzi al nostro cuore: non lasciamo che ci sovrasti una “paura che fa impazzire “ come ha detto Papa Francesco, una paura che non coglie la realtà; riconosciamo che il male che attenta alla nostra sicurezza proviene di fatto da ogni parte e va combattuto attraverso la collaborazione di tutte le forze buone della società, sia italiane che straniere.

Le nostre Diocesi, attraverso i centri di ascolto della Caritas e tante altre realtà di solidarietà e di prossimità, danno quotidianamente il proprio contributo per alleviare le situazioni dei poveri che bussano alla nostra porta, accogliendo il loro disagio. Tanto è stato fatto e tanto ancora desideriamo fare, affinché l’accoglienza sia davvero la risposta ad una situazione complessa e non una soluzione di comodo (o peggio interessata). Desideriamo che tutte le nostre comunità – con spirito di discernimento – possano promuovere una cultura dell’accoglienza e dell’integrazione, respingendo accenti e toni che negano i diritti fondamentali dell’uomo, riconosciuti dagli accordi internazionali e – soprattutto – originati dalla Parola evangelica.

Non intendiamo certo nascondere la presenza di molte problematiche legate al tema dell’accoglienza dei migranti, così come sappiamo di alcune istituzioni che pensavamo si occupassero di accoglienza, e che invece non hanno dato la testimonianza che ci si poteva aspettare. Desideriamo, tuttavia, ricordare che quando le norme diventano più rigide e restrittive e il riconoscimento dei diritti della persona è reso più complesso, aumentano esponenzialmente le situazioni difficili, la presenza dei clandestini, le persone allo sbando e si configura il rischio dell’aumento di situazioni illegali e di insicurezza sociale.

Pertanto, carissime sorelle e carissimi fratelli, sentiamo il dovere di rivolgere a tutti voi un appello accorato affinché nelle nostre comunità non abbia alcun diritto la cultura dello scarto e del rifiuto, ma si affermi una cultura “nuova” fatta di incontro, di ricerca solidale del bene comune, di custodia dei beni della terra, di lotta condivisa alla povertà. Invochiamo per tutti noi il dono incessante dello Spirito, che converta i nostri cuori per renderli solleciti nel testimoniare un’accoglienza profondamente evangelica e la gioia della fraternità, frutto concreto della Pentecoste.

9 giugno 2019, Solennità di Pentecoste

I Vescovi delle Diocesi del Lazio

Perché amo la chiesa d’Algeria

dal Bollettino semestrale dei Piccoli Fratelli di Gesù

Ventura  vive in Algeria da parecchi anni. In occasione della beatificazione dei diciannove martiri, l’8 dicembre 2018, ritorna a parlare del suo affetto per la Chiesa di quel paese: una Chiesa dalle mani libere, che cammina con un popolo, nello spirito della “Visitazione” con gli “emarginati” della società.

Come ogni anno, mi piace farvi visita a Natale e parlarvi di un tema che riguarda tutti noi che viviamo in Algeria. Quest’anno voglio rendervi partecipi della mia passione più grande, che altro non è che di sapermi membro attivo della Chiesa d’ Algeria.

Sovente, dopo la celebrazione dell’Eucarestia al mio paese natio, in Catalogna, la gente mi dice più o meno delle cose di questo genere: «Ma che cosa fai in Algeria? non ci sono cristiani e non puoi neppure annunciare Gesù apertamente! Saresti più utile qui che laggiù!». Senza entrare in questa discussione voglio dire subito che tale questione risponde più alla logica del mercato, dell’efficienza e del risultato… che non alla logica evangelica della gratuità, della presenza e dell’amicizia che la minuscola Chiesa algerina tenta di vivere. L’8 dicembre 2018, essa ha vissuto un momento indimenticabile con la beatificazione di 19 dei suoi membri; ebbi la fortuna di incontrare alcuni di loro e di essere stato loro amico…

Per rispondere alla domanda: «Perché mi aggrappo tanto all’ Algeria?», mi servo dell’esempio di tre uomini che, per caso, hanno tutti e tre il medesimo nome: Mohamed. In ordine cronologico, il primo, Mohamed Benmechay, lo troviamo nel 1959. Il futuro priore del monastero di Tibhirine – Christian de Chergé – è un giovane seminarista e fa il servizio militare in Algeria, che si trova a due anni dalla indipendenza. Fa parte di un settore che tenta di ridurre l’enorme fossato che separa gli algerini dal colonizzatore francese. Christian percorre i villaggi di montagna in compagnia di una guardia campestre che si chiama Mohamed, padre di 10 figli, uomo profondamente religioso.

Un giorno, durante un diverbio con i suoi che l’accusavano di tradire il proprio popolo, egli ha preso le difese dell’amico straniero contro quelli che lo volevano uccidere… Il giorno dopo, è lui, l’amico algerino, che è stato trovato morto accanto ad un pozzo.

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Il vescovo di Orano abbraccia la mamma di Mohamed Bouchikhi, autista di mons. Claverie. Dietro di loro, il figlio di Mohamed Benmechay

Qualche anno più tardi Christian scriverà: « Nel sangue di quell’amico, assassinato per non aver voluto scendere a patti con l’odio, ho saputo che la mia chiamata a seguire Cristo si doveva vivere, presto o tardi, nel paese stesso dove avevo ricevuto la prova dell’amore più grande (…) Conosco almeno un carissimo fratello, musulmano convinto, che ha donato la sua vita per amore del prossimo, concretamente, con il suo sangue… Quell’amico che ha vissuto, fino a pagare con la morte, il comandamento unico…».

Il secondo Mohamed lo troviamo nel 1993. In verità non si conosce il suo nome, ma mi piace pensare che avrebbe potuto chiamarsi Mohamed. Negli anni 90, l’Algeria si radicalizza e c’è una forte avanzata degli “islamisti”. Il 30 ottobre 1993, il Gruppo Islamista Armato (GIA) dichiara guerra agli stranieri che vivono nel Paese: «avete un mese per lasciare l’Algeria. Chiunque va oltre questa data è responsabile della sua propria morte». L’ultimato scade il 1° dicembre, data in cui Christian comincia il suo “Testamento”. Il 14 dicembre, dodici lavoratori croati vengono assassinati nel villaggio di Tamesguida, nella piana al di sotto del monastero; avrebbero potuto essere di più se il nostro Mohamed non fosse intervenuto. Gli assassini escono dalla prima baracca lasciandosi dietro 12 cristiani croati sgozzati; quando entrano nella seconda baracca, un musulmano – il nostro secondo Mohamed – blocca il gruppo terrorista dicendo: «io sono Bosniaco e musulmano». Gli dicono di pronunciare la professione di fede musulmana (la ‘shâhâda), cosa che fa subito e aggiunge: «Qui, siamo tutti musulmani!», e così ha salvato i cristiani che si trovavano nella baracca.
Il terzo Mohamed, Mohamed Bouchikhi, lo troviamo nel 1996: è l’autista del vescovo di Orano, Pierre Claverie. Il sangue dei due si è mescolato nell’attentato della notte del 1° agosto 1966.

Mohamed sapeva di essere minacciato: «Pierre, la settimana scorsa, mi ha detto che la cosa si è fatta troppo pericolosa, che avrei dovuto tornarmene a casa… Gli ho detto che ero conscio del pericolo, ma era fuori discussione che lo potessi lasciare… Non c’è gioia nel morire a ventun anni… Ma sarebbe troppo triste che Pierre, che tanto ama l’amicizia, non avesse un amico al suo fianco nell’ora della morte, per accompagnarlo …» (da: “Pierre e Mohamed” ed. EMI). Qualche giorno prima di morire, il vescovo di Orano aveva confidato ad un amico prete: «Vedi, fosse anche per un solo ragazzo come Mohamed, vale la pena di rimanere in questo paese, anche a rischio della propria vita».

Con questi esempi di vite donate, credo che possiate facilmente capire il perché noi siamo così legati all’Algeria e non abbiamo nessuna intenzione di partire! La mia presenza in Algeria non ha nessun merito. Nella vita, tutti cerchiamo la felicità ed è il motivo per cui tutti cerchiamo di vivere là dove ci sentiamo amati ed accolti. Nel nostro caso, noi conosciamo dei musulmani disposti a dare la vita per gli amici, senza distinzione di razza, di cultura o di religione… e non esitano a sacrificare tutto per coloro che amano; proprio come fareste voi per i vostri figli se sapeste che sono in pericolo… Per questo la nostra risposta non può essere diversa da quel detto popolare: «L’amore si paga con l’amore!».

Ecco, tutto questo mi porta a parlarvi di una delle mie convinzioni più forti che porto dentro e che è questa: «Un’altra Chiesa è possibile!».

Penso che la Chiesa algerina possa aiutare a intravedere i cambiamenti di cui la Chiesa universale ha bisogno. Sì, ciò che vive la nostra piccola e povera Chiesa algerina può essere indice di riferimento e ci può aiutare a uscire dalle nostre abitudini che ci uccidono e ci discreditano di fronte ai nostri contemporanei.

Bisogna dire che, prima della beatificazione, la nostra Chiesa ha avuto molte esitazioni: era la prima volta che un tale evento accadeva in un paese musulmano e si ponevano molte interrogazioni: «Cosa sono 19 martiri in confronto ai 150.000 – 200.000 morti della crisi algerina? Cosa sono i nostri 19, in confronto ai 114 imam morti a causa del loro rifiuto a usare il nome di Dio per giustificare la violenza? Gli Algerini non potrebbero prendere questa beatificazione come una provocazione?» … Una cosa era molto chiara: «Non volevamo una beatificazione fra cristiani, poiché questi fratelli e queste sorelle sono morti fra decine e decine di migliaia di Algerini musulmani», ha ricordato l’arcivescovo di Algeri. E questo era chiaro fin dall’inizio. La veglia di preghiera è stata del tutto interreligiosa, intercalando canti cristiani e canti sufi. Il giorno dopo, nella Grande Moschea, si è reso omaggio alle centinaia di migliaia di vittime e, in modo speciale, ai 114 imam che, ugualmente, sono morti per combattere la violenza. E, se potevano ancora esserci dei dubbi, all’inizio della Eucarestia della Beatificazione, tutta l’assemblea si è alzata per «fare un minuto di silenzio in memoria della migliaia di intellettuali, di militari, di artisti, di genitori e di bambini anonimi…» e, subito dopo, il vescovo di Orano ha letto il “Testamento spirituale” di Mohamed Bouchikhi… La lettura del Vangelo, cantato in arabo, non lasciava più dubbi: l’Algeria era al centro della celebrazione e non noi, i cristiani di Algeria!

La prima e, forse, la più visibile caratteristica di questa Chiesa algerina, è che essa cammina insieme ad un popolo. Tutti quanti i 19, con frasi differenti, continuavano a ripetere: «Essere con il popolo»; «Vivere con il popolo»; «Vivere mescolati con le famiglie». «Non possiamo abbandonare i nostri vicini» è la risposta che tutti avevano dato quando tutte le comunità erano state invitate a fare un discernimento: «Rimanere o partire?». Nonostante i rischi che c’erano e di cui erano coscienti, è il fattore «popolo» che faceva pendere la bilancia dalla parte del rimanere: «per fedeltà al Maestro!». Sta di fatto che i diversi giornali locali e internazionali che parlano dei 19 usano i seguenti termini: «martiri della speranza» oppure «martiri della solidarietà» o anche «martiri della carità».

Un’ altra grande caratteristica di questa Chiesa è la sua piccolezza e la sua mancanza di potere: non ha nulla da insegnare e nulla da difendere… Con le mani libere, è un riflesso del Vangelo. Molti di coloro che hanno potuto seguire in televisione i diversi momenti della celebrazione mi hanno fatto notare dei gesti molto semplici ma eloquenti come quello di vedere il vescovo di Orano seduto per terra insieme alla corale sub-sahariana; di vedere il vescovo di Algeri che, ignorando ogni protocollo, al momento della pace scende dall’altare per raggiungere e abbracciare gli Imam presenti in mezzo all’assemblea; il “yuyu” (grido di allegria) delle donne arabe che interrompe spesso la cerimonia, ecc.… Abbiamo vissuto la “Gioia del Vangelo” nella sua forma più pura! Si avvicina il Natale però la situazione del paese che ci accoglie, di confessione musulmana, ha fatto che la nostra Chiesa dia la preferenza al « mistero della Visitazione » e, questa, è la terza caratteristica della nostra Chiesa che è in Algeria… Maria corre verso la montagna per aiutare la cugina Elisabetta…: portare Gesù agli altri senza parlare, senza che essi lo sappiano, unicamente con la nostra semplice presenza; mettersi in cammino per incontrare gli emarginati della nostra società (migranti, malati di AIDS, carcerati, disabili, ammalati, ecc.…): «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me!» (Mt. 25,40).

Vi saluto con un testo scottante che, secondo me, riassume tutto quello che ho cercato di dirvi. Pierre Claverie, un mese prima di essere assassinato, scriveva:  «la Chiesa adempie la sua vocazione e la sua missione quando è presente nelle fratture dell’umanità… In Algeria siamo su una delle linee sismiche che attraversano il mondo: Islam/occidente, Nord/Sud, ricchi/poveri, ecc.… Qui siamo proprio al nostro posto… Siamo qui a causa di questo Messia crocifisso. Non abbiamo nessun interesse da salvare, nessuna influenza da mantenere… Non abbiamo nessun potere, ma siamo qui come al capezzale di un amico, di un fratello malato, in silenzio, stringendogli la mano, asciugandogli la fronte… Credo che la Chiesa di Gesù Cristo muore se non sta sufficientemente vicina alla Croce del suo Signore. La chiesa si sbaglia e inganna il mondo quando si pone come una potenza tra le potenze…. Potrà anche brillare, ma non brucerà del fuoco dell’amore di Dio, “forte come la morte” (Ct.8,6). Dare la propria vita… Una passione di cui Gesù ci ha dato il gusto e ha tracciato il cammino: “Non c’è amore più grande che dare la vita per coloro che si amano”».

Ventura