Lettera 36 (Prima Serie)

Cari amici

oggi l’umanità attende, più che gli appelli e messaggi di pace e di giustizia che giungono da un Papa lontano, una pace ed una giustizia concrete, costruite giorno per giorno da uomini di buona volontà. Le chiese locali sono chiamate ad una incarnazione nella realtà che non ammette evasioni o surrogati. Se le chiese locali avranno il coraggio di avventurarsi nella storia, vedremo forse il Papa stesso aderire maggiormente alla sua realtà locale.

Grazie anche alle considerazioni ed ai riferimenti storici del padre Michel de Certeau, il nostro scritto vuole dare il suo modesto aiuto alle chiese locali. Esse, prima ancora di contestare un ruolo altrui, sono chiamate a giocare tutto il loro insostituibile ruolo.

In questo numero vi presentiamo anche un’ampia recensione dell’indagine condotta da un gruppo di giovani universitari sul problema dei fuori-sede nella università di Roma e pubblicata in volume lo scorso anno. Spesso a molti di noi capita di avere contatti con giovani venuti a Roma a studiare, senza che facciamo molto per dialogare con la loro solitudine o per capire i loro problemi. Ora, pensiamo che una Chiesa non possa vivere tranquilla se non porta il peso di queste, come di altre sofferenze ed emarginazioni.

Concludendo, vogliamo ricordare che usciamo con questa lettera a breve distanza dalla nomina di mons. Poletti a pro-Vicario. Ora la nostra diocesi è di nuovo al completo, ed, perciò, dovrebbe essere nelle migliori condizioni per svolgere il suo lavoro.

Vi salutiamo fraternamente.

Gli amici de “La Tenda”.

Crescita Delle Chiese Locali E Ruolo Del Papa.

Durante l’udienza ai cardinali tenuta il 23 giugno scorso, in occasione del suo onomastico, il S. Padre ha rilevato che oggi “la mancanza di fiducia verso la chiesa è forte presso un certo numero di cristiani, e anche di sacerdoti e di religiosi” (L’Osservatore Romano, 24/6/72). E’ una sfiducia, egli osserva, che giunge talora ad una certa aggressività, ma che prende altresì, il più spesso, la forma di scoraggiamento e di disillusione. In particolare la Chiesa sperimenta una difficoltà di fiducia “ quando si tratti dell’esercizio del suo ufficio “ profetico “, che non è solo quello di annunciare la verità e la giustizia, ma di deplorare, di denunciare, di condannare le colpe e i delitti, compiuti contro la giustizia e contro la verità”.

Che dire di questo stato d’animo diffuso? Certamente non dobbiamo lasciarci prendere da esso, ma piuttosto confidare nel Cristo – come ci esorta il Papa – che è presente nella sua Chiesa: “Confidite, ego sum nolite timere” (Mc. 6,50). Ma, tenuta lontana la sfiducia, permangono le realtà che l’alimentano, ed ai cristiani spetta il compito di conoscerle e di rimuoverle.

Per quel che concerne la Santa Sede, il S. Padre assicura ch’essa è “ben consapevole del suo dovere d’interpretare ‘la coscienza morale dell’umanità’, non solo quanto i principi, ma per la concretezza della realtà”. Essa non resta “sorda a nessun grido o lamento che giunga”, anzi procura di conoscere “anche ciò che si vorrebbe, e tante volte si riesce a tener nascosto”.

Sennonché, osserva Paolo VI, non sempre è possibile avere una informazione controllata e obiettiva. E, d’altra parte, il fine stesso che la Chiesa si propone nel suo ufficio profetico, di “andare efficacemente in aiuto a chi soffre ed invoca comprensione e soccorso” richiede spesso “una giusta prudenza e riserbo nelle pubbliche manifestazioni, per dare la precedenza al tentativo di dialogo serio e diretto coi responsabili delle situazioni lamentate o per non provocare più pesanti reazioni a carico di chi attende difesa”.

Certo, queste considerazioni non parranno di poco momento a chiunque non sacrifichi l’uomo ad un mito di astratta giustizia. Ma proprio perché la carità deve essere l’unico criterio della profezia, si comprende quanto limitato, rispetto alla grande varietà di situazioni e di problemi esistente oggi nel mondo, sia l’ambito in cui la Santa Sede possa esplicare con competenza ed efficacia l’ufficio profetico della Chiesa. Lo stesso discorso del Papa sembra tradire un senso di impotenza di fronte ad un compito sproporzionato. La Sede Apostolica, dice Paolo VI, è come una sentinella posta sul monte; ad essa giungono da ogni parte i clamori degli oppressi. Il suo sguardo si allarga sulla scena del mondo, dove le si presentano le numerose situazioni che… sono contrarie a quel rispetto della dignità dell’uomo e di quei diritti fondamentali….che deve, o dovrebbe, essere il fondamento del convivere sociale, nelle Nazioni e fra le Nazioni. L’immagine con la quale il Papa raffigura il suo ruolo ha del sublime, ma anche del tragico: la sentinella è sola, in cima al monte, è lei che vigila per tutti; ma si comprende che il compito soverchia le sue forze.

Ben diversi ci sembrano lo spirito e la visione con cui Paolo VI precisava nella Octogesima Adveniens il modo col quale la Chiesa si prende a carico i problemi dell’umanità: “ di fronte a situazioni tanto diverse “, egli ammetteva, “ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale”. E quel che importa aggiungeva non essere questa la sua ambizione e neppure la sua missione. Alle comunità cristiane spettava analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili del Vangelo… . Ad esse spettava anche individuare – con l’assistenza dello Spirito Santo, in comunione con i Vescovi responsabili, e in dialogo con gli altri fratelli cristiani e con tutti gli uomini di buona volontà- le scelte e gli impegni che conviene prendere per operare le trasformazioni sociali, politiche ed economiche che si palesano urgenti e necessarie in molti casi (Octagesima adveniens).

Costatiamo quindi come nell’animo del Papa due visioni profondamente diverse del ruolo pontificale si contendono il terreno, l’una con la forza viva dello Spirito, l’altra con la forza d’inerzia di una prassi consacrata dalla tradizione e dalle strutture.

A questo proposito ci pare assai penetrante quanto osserva la Padre gesuita Michel de Certeau in un’intervista pubblicata da “il Gallo” (nn. 1 e 2, gennaio e febbraio 1972). Ne riportiamo qui la parte che più direttamente ci interessa:

Domanda: Secondo lei il Vaticano ha una politica e come la giudica?

Risposta: “Come diceva Machiavelli la politica del Vaticano è sempre stata difficile da analizzare. Machiavelli diceva che la politica del Vaticano in quanto stato minoritario aveva smesso di essere una politica di forza, delle ‘virtù’, per diventare una politica della combinazione, in modo da potersi inserire nel gioco delle potenze”.

“Si tratta della politica di un debole che presente tutte le leggi della politica di uno stato debole e in questo senso è molto difficile al Vaticano avere una prospettiva politica chiara”.

“Nonostante tutto si possono discernere un certo numero di orientamenti globali che consistono sempre più, da quando il Vaticano non è più uno Stato, ha sostituire il potere della parola, dei valori, dell’umanesimo, d’una specie di intervento di prestigio accompagnato del resto da un certo numero di supporti finanziari, alla forza che poteva avere, anche se era debole, lo stato del Vaticano prima del 1870. E’ facile constatare questo in Pio XII e oggi in Paolo VI nel suo intervento diplomatico all’ONU, nei suoi innumerevoli interventi a proposito del Vietnam, del Biafra e di molti altri drammi internazionali che consiste a far prevalere, o almeno a far ascoltare, una specie di parola umanitaria, di valori annunciati in nome dell’esperienza millenaria di quello che è l’uomo”.

“Da questo punto di vista penso si tratti di qualcosa di molto generoso, ma che è semplice conseguenza di un dato di fatto. Poiché non ci si può più valere di forze fisiche ci si fa portaparola, in una società in cui gli elementi culturali diventano sempre più importanti sul piano internazionale, dei valori esterni. E lei sa il posto che accordano tutte le riviste tutti i giornali conservatori del mondo ai valori eterni rappresentati dal Papa. Mi ricordo, per esempio, un numero d’Interprice. Sulla copertina la foto del Papa a colori. Nell’angolo sinistro una scritta agli studenti contestatori. Questa opposizione tra i valori esterni (ciò che viene chiamato eterno in genere è quello che è scomparso, che non esiste più) e d’altra parte la contestazione degli studenti rappresenta bene la funzione, il ruolo che si fa giocare al Papa, a Roma, al Vaticano in questo insieme internazionale. Tutto sommato penso si tratti di una situazione molto ambigua, aleatoria ed effimera. Paolo VI è l’ultimo di tutta una serie di Papi. Dopo di lui certamente si passerà ad un tipo di politica molto più modesta, a partire da un certo numero di testimonianze locali e in funzione dei problemi che si pongono in una società determinata. Perché oggi c’è una differenza sempre più grande tra i discorsi ufficiali e diplomatici a livello internazionale del papa e del Vaticano e i conflitti sempre più gravi a livello locale per rapporto ai problemi politici, economici, sociali. I grandi discorsi generali in fondo non toccano più nessuno”.

Domanda: “Molti pensano che i responsabili della Chiesa, a cominciare dal Papa, navigano in un umanitarismo astratto e in un verbalismo impotente e che esiste una incredibile frattura tra la loro teoria e la loro pratica. Qual è la sua impressione?”

Risposta: “Questo giudizio severo dipende in parte dall’idea troppo tradizionale che si fa del Papa. Se si rimprovera al Papa di essere astratto, di tenere dei propositi globali è perché si pensa che il papa potrebbe far qualcosa di differente e impegnarsi nei conflitti locali. E’ una concezione molto medievale del ruolo pontificale. Quello che il Papa dice può essere valido per una comunità locale, e il Vaticano può essere considerato come una comunità locale, per l’Italia, ma non necessariamente per il Cile, gli Stati Uniti o la Francia. La severità del giudizio di molti dipende dall’arcaismo dei loro presupposti. E’ perché ci si aspetta troppo dal Papa, una parola che dovrebbe essere valida ovunque, che lo si rimprovera di essere astratto. I cristiani non possono accontentarsi di dire: “Il Papa non fa questo o quello, non dice questo o quello”. Altrimenti saranno sempre dei minorenni nella Chiesa, dei bambini di fronte ad una specie di idolo che sarà sempre frustrante perché gli si chiede quello che non può dare. Lo si accuserà di tutte le parole, ma in realtà le parole di cui lo si accusa sono i deficit dei cristiani. Il problema oggi è di sapere se in nome di una certa esperienza, supposto che esista, i cristiani possono dire o fare qualcosa” (Il Gallo, febb. 1972 pagg. 4 – 5).

Questa chiara analisi non ha bisogno del nostro commento. Vogliamo soltanto sviluppare brevemente l’indicazione operativa ch’essa contiene. Il ruolo delle Chiese locali è di fondamentale importanza. Il volto della Chiesa si rinnoverà soltanto nella misura in cui esse si assumeranno le loro responsabilità, studiando la situazione del loro paese, individuando scelte ed impegni. Nella misura in cui intraprenderanno questo cammino, la Chiesa di Roma sarà aiutata a riconoscere concretamente: 1) che suo primo dovere è quello di realizzarsi come Chiesa locale; 2) che solo a questa condizione essa può svolgere efficacemente la sua funzione di guida della chiesa universale. La responsabilità particolare dei cristiani di Roma si rivela così in tutta la sua portata: il modo in cui sarà esercitato il ruolo pontificale dipenderà in gran parte dal modo in cui essi realizzeranno la loro Chiesa locale.

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La Condizione Dei Fuori Sede All’Universita’ Di Roma.

PREMESSA – Chi sono, quanti sono a Roma gli studenti universitari fuori-sede? Qual è la loro condizione? Quali sono i loro problemi, le loro difficoltà? Per la prima volta, in maniera organica, si sono posti queste domande gli autori del lavoro collettivo “La condizione dei fuori-sede. Inchiesta sugli studenti fuori sede dell’Università di Roma” (edito a Roma nel 1971 in pochissime copie oramai introvabili nelle librerie). E a tali domande essi hanno cercato di rispondere “mediante una inchiesta questionario realizzata e interpretata collettivamente”.

Il lavoro, statisticamente, non ha pretese scientifiche, fra l’altro, risale, come dati analizzati, al 1968/69, ad un periodo quindi anteriore alla liberalizzazione degli accessi universitari e dei piani di studio: Ed anche il “buon livello di rappresentatività” che il lavoro si autoriconosce è per lo meno dubbio.

Eppure, al di la di questi limiti, il lavoro nel suo insieme merita di essere conosciuto per gli obiettivi che si prefiggeva e che ha saputo raggiungere, superando ogni sorta di difficoltà oggettive e di ostacoli (tra i quali la diffidenza del Rettorato a collaborare, con i dati globali a sua disposizione, ad una inchiesta su materia definita “particolarmente delicata”…)

Gli obiettivi erano: “fare meglio conoscere l’esistenza di un problema dei fuori sede, scuotere i diretti interessati e convincerli a fare da soli sulla base di alcune rinnovate consapevolezze, aprire un discorso politico più ampio, offrendo un primo sussidiario strumento di riflessione”.

Obiettivi raggiunti; ma non che per questo il discorso della inchiesta vada accettato senza però (né d’altronde ciò sarebbe nelle intenzioni migliori degli autori). Soprattutto come si vedrà, a proposito del quadro generale, reale e significante, nel quale l’inchiesta viene inserita, vi sarebbero in effetti molte cose ancora da dire e qualcosa ancora da ridire. Tuttavia a parte che sui problemi della scuola nessun discorso può mai dirsi soddisfacente in pieno, dato l’ordine globale del tema, sta di fatto che il problema del fuori-sede all’Università di Roma è veramente complesso e che a Roma non vi è nessun organismo (e neppure una mentalità) che sappia sostenere in qualche modo iniziative di ricerca simili a quella della nostra inchiesta. Gli autori hanno fatto tutto da sol. Il lavoro pertanto ha dei limiti, ma soprattutto dei meriti. Ed è sulla base di questi che se ne propongono all’attenzione ed alla riflessione degli amici de ‘la Tenda’ le linee ed i risultati fondamentali.

IL FURI SEDE – Fuori –sede, per gli autori del lavoro, sono quegli studenti provenienti dal Centro-Sud-Isole che, durante l’anno accademico vengono a dimorare stabilmente a Roma. Ma vi sono anche, numerosi, i “pendolari”, ovvero coloro che, risiedendo nel suburbio o in provincia, fanno su e giù con una certa regolarità durante la settimana. E poi vi sono, più numerosi ancora, i fuori-sede “invisibili”, quelli cioè che, da ogni dove, vanno all’Università solo per le operazioni di segreteria e per gli esami. Il tutto, complessivamente, per un 40% circa dell’intera popolazione universitaria romana. E questa oramai ha superato di molto le 100.000 unità!

Gli autori dell’inchiesta prendono in considerazione solo la prima più ristretta e più disagiata categoria. E ciò per la comprensibile difficoltà di mettere insieme un rapporto accettabile fra il campione rintracciabile (un 250 persone circa utili per l’inchiesta) e la realtà analizzata(che, se si considerava quel 40%, avrebbe finito col vanificare il campione alla portata pratica delle ventisei persone impegnatesi nel lavoro). Questa limitazione, tuttavia, al fine di rendersi conto in generale del problema dei fuori-sede, non è che infici la validità dei dati.

DIFFICOLTA’ E INGIUSTIZIE – “La condizione dei fuori-sede a Roma è fatta di difficoltà e di ingiustizie”. L’affermazione degli autori dell’inchiesta in effetti non fa una grinza. Le difficoltà sono quelle, ben immaginabili, di chi, spesso da lontano e quasi sempre da un ambiente del tutto diverso, arriva a Roma e deve cercare di inserirsi piuttosto in fretta nel marasma della città e della città universitaria. Le difficoltà di ogni studente si moltiplicano subito per due (almeno!). Al problema, già così complicato, dell’inserimento amministrativo e didattico nell’università si aggiunge quello, non meno complesso, di una accettabile sistemazione vitto-alloggi-trasporti-bucato… per non parlare delle esigenze di adattamento umano, affettivo, sociale,politico (ed ecclesiale, nel caso): Ogni scompenso, ogni ritardo ad un livello si ripercuotono negativamente sull’altro. Chi ha una certa disponibilità economica se la cava (ma non sempre); chi non l’ha si arrangia e, comunque, già parte in svantaggio per il tempo perso nelle operazioni preliminari. Non meraviglia quindi che l’inchiesta abbia colto nel disadattamento un dato frequentemente riscontrabile nella vita dei fuori-sede; disadattamento che è la premessa di ricorrenti atteggiamenti di individualismo, evasione, superficialità i quali quasi sempre concludono poi in indifferenza, apatia, ossessione libresca e, al limite, nevrosi. La pressoché totale carenza associativa emersa indica, infine, la chiusura di un circolo fattosi in breve tempo vizioso.

Il fuori-sede si ritrova sempre più solo ed isolato a combattere una costosissima battaglia che è già parzialmente compromessa in partenza e che, col passare degli anni costa sempre di più, se non altro, in termini di sicurezza personale, di prospettiva professionale, di socializzazione. E per chi cerca di aiutarsi lavorando…. altro tempo “perso”!

Le difficoltà dei fuori-sede sono particolari, ma l’ingiustizia rimane la solita: difficoltà sempre nuove e sempre maggiori per chi è già in grave difficoltà.

LE PROVVIDENZE – Cosa fa lo Stato per i fuori-sede?

350 posti alla casa dello studente (non cumulabili con il presalario), 2500 buoni pasto (ma solo per 75 giorni cadauno, pranzo e cena!), buoni libro dati un po’ a chi capita(senza criterio o con criteri “vaghi”), esonero delle tasse e presalario senza particolari titoli di preferenza (ed anzi in oggettiva concorrenza sleale con meriti scolastici “incommensurabili” e con dichiarazioni di reddito “da ridere e da piangere”), una mensa universitaria “alla corsara” ed un Centro di medicina preventiva che non è male ma che difficilmente può raggiungere con i suoi avvisi un fuori-sede dal recapito quasi sempre incerto e provvisorio.

Lo stato perciò per il fuori sede non fa nulla di particolare in più di quello che fa (o che non fa?) per gli altri, disagiati o meno.

E invece le difficoltà dei fuori-sede sono particolari e la loro condizione è particolarmente ingiusta. “Il problema è di disuguaglianza”: fra i fuori sede e gli altri, fra i fuori-sede poveri e quelli ricchi. E i fuori-sede, in senso largo, non bisogna dimenticarlo, sono il 40% della popolazione universitaria romana….

Conclusione: tutto sbagliato. E allora? La tentazione si muove fra due estremi: “non c’è niente da fare”, “è tutto da rifare”. L’opinione degli autori è che, stando le cose come stanno, non ci sia nulla da fare e che, proprio per questo, tuttavia, ci sia tutto da rifare. E questo tutto comprende proprio quasi tutto: università, scuola, società, cultura, organizzazione della produzione e del lavoro e così via. Ma “come” rifare tutto?

LE PROPOSTE – Gli autori dichiarano di rientrare tutti, chi più chi meno, nella sinistra studentesca (niente partiti, niente strutture politiche tradizionali); e non si riconoscono, se non in parte, neppure nel Movimento studentesco. Ma, al di là di simili formule generiche di appartenenza, la loro proposta “di base” è molto seria e precisa: “una nuova presenza auto-gestita dei fuori sede nell’università”.

I fuori-sede, acquisita una certa consapevolezza, possono e debbono fare da soli; debbono inventare ed amministrare autonomamente le forme partecipative e comunitarie del proprio rifiuto cosciente di una situazione obiettiva di discriminazione che li colpisce direttamente ogni giorno. Essi debbono organizzare, mediante strutture cooperativistiche o altro, la contestazione delle scandalose speculazioni editoriali e professionali sui libri e le dispense; debbono assicurare un organismo di autodifesa contro lo strozzinaggio miserevole degli affittacamere e contro il rifiuto metodico da parte dei proprietari di cedere in affitto appartamenti in comune a gruppi di studenti; debbono diffondere, anzi, questa esperienza del vivere insieme, in un appartamento affittato, e valorizzarne in pieno tutti i vantaggi economici e psicologici, le opportunità e le convenienze per lo studio, per la vita di relazione, per un soddisfacente inserimento, anche e soprattutto politico, nella vita del quartiere, per un possibile confronto, dialogo quotidiano sui rapporti con l’ambiente di provenienza, sui futuri sbocchi professionali e sull’eventuale ritorno a casa. Il tutto con quella “compostezza e dignità” proprio di chi sa che si sta impegnando in un lavoro serio e difficile di crescita personale, comunitaria, politica, civile e talora anche religiosa.

IL QUADRO – Queste proposte di base si situano, secondo gli autori, in un quadro generale caratterizzato da “una consapevole mancanza di volontà politica da parte della classe dirigente di combattere le disuguaglianze economico-sociali “(e il relativo meccanismo trainante rappresentato dalla selettività di classe della scuola) mediante l’apprestamento di servizi pubblici generalizzati (e la conseguente realizzazione effettiva del diritto allo studio)

In un quadro simile la cultura si riduce a pura ed unica espressione della classe dominante, il discorso sul merito si risolve in una grottesca presa in giro dei discriminati in partenza, l’insegnamento si riduce ad una semplice operazione tecnica di ingiustizia di classe, applicata magari a sessione continuata. All’interno di uno orizzonte del genere e ben oltre la richiesta di una casa di una studentessa e dei trasporti gratuiti per tutti i fuori-sede, gli autori non possono fare a meno di porre l’esigenza e l’istanza di “una esperienza di cultura, di una distribuzione delle risorse e di una divisione del lavoro radicalmente opposte alle attuali”. Ed è solo in una tale prospettiva che si intende, almeno sino ad un certo punto, l’ipotesi di “una indennità di studio estesa come un salario sociale a tutti coloro che nell’università e nelle scuole tecniche e professionali” ( e perché non in tutte? )”perseguono un lavoro di formazione, per sé socialmente utile” ( ipotesi estratta, come proposta politica, dalla lettura del libro di A. Gorz “il socialismo difficile, Laterza 1968 ).

Manca un po’, veramente, nel chiaro inquadramento politico-generale del problema dei fuori-sede, una consapevolezza altrettanto lucida dei termini più propriamente politico-scolastici, pedagogici e scientifico-culturali dell’intera faccenda anche se gli attori sottolineano la centralità del dramma rappresentato dalla “scelta di facoltà” ( ch’è sempre una non scelta individuale e sociale ) e la sintomaticità dell’apprezzamento fatto dai fuori-sede di certe “attività di seminario”. In questa sede però si può aggiungere solo che indubbiamente la soluzione del problema dei fuori-sede non potrà che passare attraverso dei cambiamenti non di contorno ( e, in questo senso, l’inchiesta ha ragioni da vendere ) e che, per quanto riguarda le proposte dell’inchiesta, spetta ad ognuno che le voglia costruttivamente criticare di riviverle e di farle rivivere nei suoi luoghi di impegno, secondo i suoi modi di riflessioni e sulla base dei suoi tempi di maturazione ( e di quello che accadrà …) .

Sembra, in ogni caso, che dall’inchiesta emerga un certo salto fra la proposta della nuova presenza auto-gestita ed il quadro che la vorrebbe significare. Manca forse l’esplicitazione di un minimo necessario di senso di appartenenza ed una maggiore avvertenza degli indispensabili passaggi intermedi ( esistenziali, conoscitivi ed operativi ) fra la particolare realtà in questione e l’orizzonte generale di orientamento interpretativo e critico. Nel nostro caso si trattava dell’università di Roma, dei fuori-sede e anche, quindi, di Roma e delle sedi di provenienza; ma queste particolari realtà nell’inchiesta scompaiono troppo in fretta, per lasciare il posto a considerazioni di carattere molto generale.Sarebbe interessante vedere cosa verrebbe fuori da una nuova inchiesta che si muovesse più a lungo proprio fra queste particolari realtà ( magari a partire da quel 40% di cui si diceva all’inizio…).

LA CHIESA – Fra le difficoltà e le ingiustizie dei fuori-sede ve ne sono pure alcune di derivazione ecclesiastica ( e di responsabilità ecclesiale).

I pensionati tenuti da religiosi infatti (solo quelli per studentesse a Roma sono una cinquantina, e aumentano di anno in anno) non fanno che circondare di favori e di nuovi privilegi i già privilegiati, in grazia delle loro rette, assai poco “rette” invero.

La loro esistenza, affermano gli autori, è “inopportuna sul piano pastorale oltre che sbagliata sul piano politico”. Non ha certo profondo senso per dei religiosi darsi ad attività amministrative; e le realizzazioni sul piano spirituale sono del tutto inconsistenti. Si tratta delle cosiddette “opere di moralità”; ma in questo caso è una moralità compresa fra la sicurezza parentale degli orari serali e la persuasione occulta delle “presenze d’abito”…

Politicamente, inoltre, tali pensionati liberano il potere civile delle responsabilità che gli competono e lo aiutano proprio la dove invece dovrebbe essere accusato e responsabilizzato.

L’inchiesta suggerisce di valorizzare meglio l’esperienza vissuta negli appartamenti in comune, dimostratasi capace anche di dare, per chi ne sente l’esigenza, l’occasione buona per un approfondimento della propria vita religiosa.

Tuttavia, può tale discorso esaurirsi tra una proposta del genere e la suddetta dura denunzia di quelle strutture ecclesiastiche che “hanno raccomandato agli ordini religiosi una opera sociale a Roma” (la più economica rivelatasi appunto il pensionato per universitari)? E ciò sia detto, fraternamente, sia perché gli autori del lavoro si dichiarano”cristiani in maggioranza” sia perché i fuori-sede sono chiamati in causa con la loro vita religiosa.

Se il problema dell’inserimento nel quartiere è avvertito a livello sociale e politico (anche se l’avvertimento poi non sembra svolto sino in fondo), qual è (ammesso che ve ne sia uno o che lo si possa suscitare) il relativo risvolto ecclesiale?

La considerazione dell’ambito e degli ambiti della Chiesa locale di Roma non sembra irrilevante, per cercare di riportare questo discorso (peraltro toccato appena dai nostri autori) su di un piano e ad una dimensione “intermedi”, lì dove ciò, dopo la denunzia, si possa riprendere il dialogo e di fare da capo il discorso sulle responsabilità, sulle corresponsabilità, sulle iniziative, sull’appartenenza, sulla comunione. Da questo punto di vista il problema dei fuori-sede va ben al di la di quello (che pur sempre li offende) dei pensionati religiosi e investe nella sua interezza la realtà e la responsabilità ecclesiale.

L’inchiesta che abbiamo sommariamente analizzata ci ha offerto la possibilità di rifletterci sopra (e magari di tornare a rifletterci sopra nelle rispettive comunità). Riflettere solo, tuttavia, in questo caso (come in altri simili) sembra in verità che per la chiesa locale si ridurrebbe a ben poco, di fronte alla precisa, inquietante, diretta chiamata in causa. Non per stimolare nuovi attivismi politico-sociali di marca integristica, però non si possono, sul piano pastorale, dimenticare le parole di Gesù (Matteo 25 35-40): “ Venite, benedetti dal padre mio….perché ero straniero e mi avete accolto…In verità vi dico: Ogni volta che voi lo avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli l’avete fatto a me”.

Gli amici che hanno condotto l’inchiesta ci hanno messo a disposizione un certo numero di copie del volumetto, di cui ancora dispongono. Chiunque vorrà, ce ne potrà perciò richiedere una o più copie. Il prezzo indicativo è di £ 400 per copia. Manderemo comunque il testo dell’inchiesta a tutti coloro che ce ,lo chiederanno, senza formalizzarci sull’invio di una quota.

Cari amici,

a conclusione di questo numero, vi informiamo che è nostra intenzione invitarvi ad un incontro, per il pomeriggio della seconda domenica di dicembre, ove cercheremo assieme di identificare una teologia della chiesa locale. Vi daremo nel prossimo numero de “La TENDA” informazioni più precise sul tema sulla località e sull’ora dell’incontro stesso.