Lettera 32 (Seconda Serie)

Carissimi amici,

in questa lettera cominciamo a presentare riflessioni ed articoli che ci preparano al convegno di ottobre che vorremmo intitolare “Scuola tra poveri”, titolo che ci richiama la cattedra dei piccoli e dei poveri di Pio Parisi ed anche la necessità di stare insieme ai poveri nella ricerca e nella scoperta di un cammino comune. Insieme ai poveri e poveri tra i poveri: è questo il cammino che Papa Francesco ha proposto alla Chiesa, un cammino che ribalta la prospettiva di tante attività caritative che restano esterne alla dimensione della condivisione.

Il convegno “Scuola tra poveri” si terrà l’11 ottobre 2014 presso la parrocchia di S. Monica ad Ostia.

Nella prossima lettera il programma e gli orari

Cominciamo con una piccola serie di domande e di considerazioni frutto delle riunioni del Gruppo della Tenda che abbiamo sintetizzato e ordinato e che costituiscono, nella loro semplicità, il documento di preparazione al prossimo convegno. Si continua col famoso discorso tenuto dal presidente dell’Uruguay José Mujica al G20 in Brasile, discorso in cui si mette radicalmente in discussione lo sviluppo attuale come via di uscita dalla povertà, mentre si esorta all’austerità e alla semplicità. Segue un piccolo raccontino, poco più di una storiella, che abbiamo trovato efficace per provare a ribaltare i nostri luoghi comuni sull’immigrazione, a partire dalle parole. Continuiamo con due testi, entrambi ambientati nell’Africa della violenza e delle divisioni razziali e tribali, spesso causate dall’avidità e dal predominio dei paesi “sviluppati”, due storie, quella del vescovo Desmond Tutu e quella dei seminaristi di Buta, che ci ricordano che la via del cambiamento e della liberazione, affianco ai poveri e alle vittime, non può prescindere dalla dimensione del perdono. Infine alcune pagine di Joseph Wresinski sul ruolo costitutivo che i poveri hanno nella chiesa: “La Chiesa non è solamente in comunione con i più poveri. E’ i più poveri.” Concludiamo, ancora una volta, con Bonhoeffer, con il suo “sguardo dal basso” che ci aiuta a ritrovare la dimensione giusta per osservare la realtà.

Sommario della 32° lettera:

  1. Scuola tra poveri a cura del gruppo de “La tenda”
  2. Discorso al G 20 di Pepe Mujica, presidente dell’Uruguay
  3. Il futuro dei miei: dialogo tra zio e nipote di Alessandro Ghebreigziabiher.
  4. Il Perdono di Desmond Tutu
  5. Fino alla morte, otre la morte I quaranta giovani martiri del seminario di Buta (Burundi) 
  6. I poveri sono la chiesa di Joseph Wresinski
  7. Uno sguardo dal basso di Dietrich Bonhoeffer

Come abbiamo più volte ricordato, la spedizione di questa lettera per posta ha dei costi: vorremmo essere sicuri che tutti quelli che sono nel nostro indirizzario vogliano effettivamente continuare a riceverla. Per questo chiediamo di confermare la scelta di ricevere “La Tenda”. Dalla prossima lettera cancelleremo dall’indirizzario chi non ci ha risposto. Se qualcuno invece avesse la possibilità di ricevere la nostra lettera per e-mail ci mandi l’indirizzo relativo.

Scuola Tra Poveri Domande E Riflessioni Del Gruppo De La Tenda A Cura Di Lorenzo D’Amico

la povertà come aiuto verso l’essenziale: quali interrogativi e quali strade?

Incontrando i poveri e la nostra povertà

  • Disoccupati, malati, migranti, Rom e Sinti, bambini non accompagnati… sono categorie che ci impegnano in progetti di giustizia, di dignità, ma non sono già ora persone le cui ricchezze dobbiamo considerare e portare alla luce?
  • Si tratta di elogiare la dignità, la storia e la pazienza di un asino che abbiamo caricato delle nostre zavorre? Oppure di saper cogliere ciò che di fondamentale uomini e donne stanno testimoniando e d’incamminarci insieme su quei sentieri?
  • Sembra che la dignità delle persone sia dipendente dalle loro possibilità economiche, dal loro denaro ma non c’è una dignità che viene prima, a prescindere?
  • I poveri vengono misurati sull’ economia, non sulla globalità della persona.
  • C’è una povertà culturale che genera chiusura, scoraggiamento.
  • C’è un arroganza economica che genera isolamento, ottusità.
  • C’è una povertà che può favorire ciò che di essenziale c’è nella nostra vita.
  • Ma c’è anche una povertà che significa sradicamento, deprivazione culturale e sociale, la incontriamo nei poveri che vediamo vivere e morire sui marciapiedi e nelle favelas delle grandi città del mondo attratti dal sogno del consumismo che rischiano di perdere storia ed identità. Quali le nostre responsabilità?
  • In certe testimonianze coglieremo passaggi delicatissimi che dobbiamo accogliere in punta di piedi, ma al tempo stesso ci è chiesto di entrare nelle nostre profondità, personali e comunitarie, per cogliere il cuore dell’esistenza. A volte si tratta di aprire il guscio di difficoltà grosse che stiamo affrontando e guardare a ciò che inaspettatamente prezioso si schiude in noi e intorno a noi.
  • Non si tratta di ascoltare alcuni poveri, ma di cercare insieme ciò che è alla radice delle nostre esistenze; chiediamo un aiuto particolare a chi vive da tanto, forse da sempre l’essenziale per cogliere le giuste urgenze.
  • La nostra felicità non è legata al denaro, alla salute, ma non può non essere condizionata da quegli impedimenti che le nostre ingiustizie creano.
  • C’è una continua osmosi, uno scambio reciproco, tra povertà e libertà, fragilità e ingiustizia.
  • Spesso occultiamo la nostra povertà.
  • Quanto la prospettiva di diventare poveri incide sullo sguardo verso altri poveri?
  • Le difficoltà attuali che viviamo come nazione in alcuni casi stanno creando spazi di incontro? La povertà comune crea solidarietà o guerra tra poveri? Quali tipi di relazioni determina la povertà?

Un cammino insieme

  • Tentiamo di fare un cammino guardando alla situazione di Roma, ma al contempo al mondo intero; ciò che viviamo o desideriamo è legato alla profondità di ogni essere umano.
  • Ci sono alcune domande e risposte che devono essere personali, ma altre che devono essere comunitarie; c’è una povertà che è un mistero, che può essere vissuta in silenzio, ma c’è una povertà di cui dobbiamo tentare di parlare comunitariamente, perché riguarda una dimensione sociale da cui non possiamo prescindere.
  • C’è un “occuparsi” dei poveri che li ghettizza sempre più, c’è un cercare nei meandri della povertà, propria e altrui, personale e sociale che permette di fare dei passi verso l’essenzialità.
  • I poveri come oggetto dei nostri aiuti, elemosine, sguardi di compassione o ancor prima come compagni di una strada da fare insieme?
  • “Fare del povero il nostro partner quotidiano, non parlo al disopra né al di sotto” (Wresinski). A quali essenzialità ci riportano i poveri? Ci aiutano a cambiare sguardo sulla vita e sulle persone.

Chiesa dei poveri

  • Nella Bibbia continuamente si sottolinea il primato dell’orfano, della vedova, del povero, dello straniero, non per la loro bontà, ma per la loro precarietà, che fa emergere l’amore di Dio attraverso i fratelli.
  • La povertà non è un optional per un cristiano.
  • Non ha senso parlare di una “Chiesa aperta ai poveri”, come se si trattasse di due categorie distinte, dobbiamo pensarci ed essere un solo popolo, l’intera umanità, il popolo di Dio, capace di accogliere le proprie povertà e capace di affrontare le cause d’ingiustizia.
  • Ma dove e quando dei cristiani possono comunicare e impegnarsi in una ricerca comune? Qual è dunque il luogo comunionale nella comunità cristiana?

Il discorso di Josè “Pepe” Mujica al G20 tenutosi in Brasile (giugno 2012)

“…Permettetemi di pormi alcune domande a voce alta.
Per tutto il giorno si è parlato di sviluppo sostenibile e di affrancare, dalla povertà in cui vivono, immense masse di esseri umani. Ma cosa ci frulla per la testa ?
Pensiamo all’attuale modello di sviluppo e di consumo delle società ricche?
Mi domando: che cosa succederebbe al nostro pianeta se anche gli indù avessero lo stesso numero di auto per famiglia che hanno i tedeschi?
Quanto ossigeno ci resterebbe per respirare ?

Più francamente: il mondo ha le risorse materiali, oggi, per rendere possibile che 7 od 8 miliardi di persone possano sostenere lo stesso livello di consumo e di sperpero che hanno le opulente società occidentali ?
Sarebbe possibile tutto ciò ?
Oppure, un giorno, dovremmo affrontare un altro tipo di dibattito ?
Perché siamo stati noi a creare la civiltà nella quale viviamo: figlia del mercato, figlia della competizione, che ha portato uno sviluppo materiale portentoso ed esplosivo.
Ma l’economia di mercato ha creato la società di mercato che ci ha rifilata questa globalizzazione.
Stiamo governando noi la globalizzazione oppure è la globalizzazione che governa noi ?
E’ possibile parlare di fratellanza e dello stare tutti insieme, in un’economia basata su una competizione così spietata ?

Fino a dove arriva veramente la nostra solidarietà ?
Non dico queste cose per negare l’importanza di quest’evento, al contrario.
La sfida che abbiamo davanti è di una portata colossale, e la grande crisi non è ecologica, ma è politica!

L’uomo non governa oggi le forze che ha sprigionato, ma sono queste forze che governano l’uomo … ed anche la nostra vita !
Perché noi non siamo nati solo per svilupparci.
Siamo nati per essere felici.
Perché la nostra vita è breve e passa in fretta.
E nessun bene vale come la vita, questo è elementare.

Ma se la vita ci scappa via, lavorando e lavorando per consumare di più, il vero motore del vivere è la società consumistica, perché, di fatto, se si arresta il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, spunta il fantasma del ristagno per tutti noi.
E’ il consumismo che sta aggredendo il pianeta.
Per alimentare questo consumismo, si producono cose che durano poco, perché bisogna vendere tanto.
Una lampadina elettrica non deve durare più di 1000 ore, però esistono lampadine che possono durare anche 100 mila o 200 mila ore!
Ma questo non lo si può fare perché il problema è il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo sostenere la civiltà dell’usa e getta, e così restiamo imprigionati in un circolo vizioso.
Questi sono i veri problemi politici che ci esortano ad incominciare a lottare per un’altra cultura.
Non si tratta di immaginare il ritorno all’uomo delle caverne, né di erigere un monumento all’arretratezza.
Però non possiamo continuare, indefinitamente, a lasciarci governare dal mercato, dobbiamo cominciare ad essere noi a governare il mercato.
Per questo dico, con il mio modesto pensiero, che il problema che abbiamo davanti è di carattere politico.
I vecchi pensatori, Epicuro, Seneca o finanche gli Aymara, dicevano: “povero non è colui che ha poco, ma colui che necessita tanto e desidera sempre di più e di più”.
Questa è una chiave di carattere culturale.
Per questo saluterò di buon grado gli sforzi e gli accordi che si faranno, e come governante li sosterrò.
So che alcune cose che sto dicendo, possono urtare.
Ma dobbiamo capire che la crisi dell’acqua e del clima non è la causa.
La causa è il modello di civiltà che abbiamo messo in piedi.
Quello che dobbiamo cambiare è il nostro modo di vivere!
Appartengo a un piccolo paese, dotato di molte risorse naturali.
Nel mio paese ci sono poco più di 3 milioni di abitanti. Ma ci sono anche 13 milioni di vacche, tra le migliori al mondo, e circa 8 o 10 milioni di meravigliose pecore.
Il mio paese è un esportatore di cibo, di latticini, di carne.
E’ una pianura e quasi il 90% del suo territorio è sfruttabile.
I miei compagni lavoratori, hanno lottato molto per ottenere le 8 ore di lavoro.
Ora hanno conseguite le 6 ore lavorative.

Ma quello che lavora 6 ore, poi cerca il secondo lavoro, per cui lavora più di prima.
Perché? Ma perché deve pagare una quantità enorme di rate: la moto, l’auto, e paga una rata ed un’altra e un’altra ancora, e quando decide di riposare … è oramai un vecchio reumatico, come me, e la vita gli è volata via.
E allora uno si deve porre una domanda: è questo lo scopo della vita umana?
Queste cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità.
Lo sviluppo deve favorire la felicità umana, l’amore per la terra, le relazioni umane, la cura dei figli, l’avere amici, l’avere il giusto, l’elementare.
Perché il tesoro più importante che abbiamo è la felicità!
Quando lottiamo per migliorare la condizione sociale, dobbiamo ricordare che il primo fattore della condizione sociale si chiama felicità umana!
Grazie !”

Il  Futuro  Dei  Miei Di Alessandro Ghebreighzabiher


Su una nave. In mare. Da qualche parte.
«Zio Amadou?».
«Sì»
«Zio?».
«Sì?».
«Mi senti?».
«Sì che ti sento».
«Ma non mi guardi…».
L¹uomo si volta ed accontenta il nipote. «Stai tranquillo», gli dice inarcando il sopracciglio sinistro, «le mie orecchie funzionano bene anche senza l’aiuto degli occhi». E si volta a studiare le onde.
Il ragazzino, poco più di sei anni, lo osserva dubbioso, tuttavia si fida e riattacca: «Zio tu conosci bene l’italiano?».

«Certo, laggiù ci sono già stato due volte».

«Conosci proprio tutte le parole

«Sicuro, Ousmane».
Il nipote si guarda in giro, come se avesse timore di essere udito da altri, e arriva al sodo: «Cosa vuol dire extracomunitario?».
L’uomo, alto e magro, ha trent’anni, ma la barba grigia gliene aggiunge almeno una decina. Non appena coglie l’ultima parola del bambino, si gira di scatto e fissa i propri occhi nei suoi. Trascorre un breve istante che tra i due sa di eternità, possibile solo in un viaggio in cui è in gioco la vita.
«Extracomunitario, dici?», ripete abbozzando un sorriso sincero, «extracomunitario è una bellissima parola. I comunitari sono quelli che vivono tutti in una stessa comunità, come gli italiani, e l’extracomunitario è colui che ne entra a farne parte arrivando da lontano. Non appena i comunitari lo vedono capiscono subito che ha qualcosa che loro non hanno, qualcosa che non hanno mai visto, un extra, cioè qualcosa in più. Ecco, un extracomunitario è qualcuno che viene da lontano a portare qualcosa in più».
«E questo qualcosa in più è una cosa bella?».
«Certamente!», esclama Amadou accalorato, «tu ed io, una volta giunti in Italia, diventeremo extracomunitari. Io lo sono così così, ma tu sei di sicuro una cosa bella, bellissima».
L’uomo riprende a far correre lo sguardo sulla superficie dell¹acqua, quando Ousmane lo informa che l’interrogatorio non è ancora terminato: «Zio, cosa vuol dire immigrato?».
Lo zio stavolta sembra più preparato e risponde immediatamente: «Immigrato è una parola ancora più bella di extracomunitario. Devi sapere che quando noi extra comunitari arriveremo in Italia e inizieremo a vivere lì, diventeremo degli immigrati».
«Anche io?».
«Sì, anche tu. Un bambino immigrato. E siccome sei anche un extracomunitario, cioè uno che porta alla comunità qualcosa in più di bello, tutti gli italiani con cui faremo amicizia ci diranno grazie, cioè ci saranno grati. Da cui, immi-grati. Chiaro?».
«Chiaro, zio. Prima extracomunitari e poi immigrati».
«Bravo», approva Amadou e ritorna soddisfatto ad ammirare il mare che abbraccia la nave.
Ciò nonostante, non ha il tempo di lasciarsi rapire nuovamente dai flutti che il bambino richiama ancora la sua attenzione: «Zio».
«Sì?», fa l¹uomo voltandosi per l’ennesima volta.
«E cosa vuol dire clandestino?».
Questa volta Amadou compie un enorme sforzo per sorridere, tuttavia riesce nell¹impresa: «Clandestino. Sai, questa è la parola più importante. Noi extracomunitari, prima di diventare immigrati, siamo dei clandestini. I comunitari, come quasi tutti gli italiani che incontrerai di passaggio, molto probabilmente ancora non lo sanno che tu hai qualcosa in più di bello
e qualcuno di loro potrà al contrario insinuare che sia qualcosa di brutto. Tu non devi credere a queste persone, mai. Promettilo!».
Il tono dell’uomo diviene all’improvviso aggressivo, malgrado Amadou non se ne accorga.
«Lo prometto!» si affretta a rispondere il bambino, sebbene non sia affatto spaventato.
«Per quante persone possano negarlo», prosegue lo zio, «tu sei qualcosa in più di bello e questo a prescindere se tu diventi un immigrato o meno, a prescindere da quel che pensano gli altri. E lo sai perché?».
«Perché?».
«Perché tu sei un clandestino. Tu sei il destino del tuo clan, cioè della tua famiglia. Tu sei il futuro dei tuoi cari».
L¹uomo riprende ad osservare il mare.
Ousmane finalmente smette di fissare lo zio e si volta anch¹egli verso le onde.
Mi correggo, il suo sguardo le sovrasta e punta oltre, all¹orizzonte. «Sono il futuro dei miei», pensa il bambino.
Le parole si mescolano ad orgoglio e commozione, gioia e fierezza.
E chi può essere così ingenuo da pensare di poterlo fermare?

Perdono mio padre, il Sudafrica e me stessodi Desmond Tutu in La Repubblica 27-3-14

Ci sono state moltissime sere, quando ero bambino, in cui dovetti assistere senza poter fare nulla a mio padre che insultava e picchiava mia madre. Ricordo ancora l’odore di alcol, vedo ancora la paura negli occhi di mia madre e sento ancora la disperazione infinita che proviamo quando vediamo persone che amiamo farsi del male a vicenda in modi che non riusciamo a comprendere. È un’esperienza che non augurerei a nessuno, e meno che mai a un bambino. Quando mi soffermo su questi ricordi, mi trovo a desiderare di fare del male a mio padre come lui lo faceva a mia madre, e come io non ero in grado di fare da bambino.

Vedo il viso di mia madre e vedo questo essere umano gentile, che amavo tantissimo e che non aveva fatto nulla per meritarsi la sofferenza che le veniva inflitta.

Quando rievoco questa storia, mi rendo conto di quanto sia difficile perdonare veramente. A livello intellettuale, so che mio padre causava sofferenza perché lui stesso soffriva. A livello spirituale, so che la mia fede mi dice che mio padre merita di essere perdonato come Dio perdona tutti noi. Ma è comunque difficile. I traumi a cui abbiamo assistito o che abbiamo sperimentato vivono nei nostri ricordi. Perfino a distanza di anni, possono causarci nuovo dolore ogni volta che li rievochiamo.

Se scambiassi la mia vita con quella di mio padre, se avessi provato le tensioni e le pressioni che provò lui, se avessi dovuto sopportare i fardelli che sopportò lui, mi sarei comportato come si è comportato lui? Non lo so. La mia speranza è che sarei stato diverso, ma non lo so.

Mio padre è morto da molto tempo, ma se oggi potessi parlargli vorrei dirgli che lo avevo perdonato. Che cosa gli direi? Comincerei ringraziandolo per tutte le cose meravigliose che faceva per me come padre, ma poi gli direi che c’era questa cosa che mi faceva molto male. Gli direi quanto mi feriva quello che faceva a mia madre, quanto mi faceva soffrire.

Forse mi ascolterebbe fino in fondo, forse no. Ma comunque lo perdonerei.

Il perdono richiede pratica, sincerità, apertura mentale e disponibilità (anche se faticosa) a provare. Non è semplice. Forse avete già provato a perdonare qualcuno e non ci siete riusciti. Forse avete perdonato e la persona perdonata non ha mostrato rimorso, né ha modificato il suo comportamento o ammesso i suoi torti, e voi vi trovate di nuovo a non riuscire a perdonare. È perfettamente normale voler fare del male quando si è subìto del male. Ma restituire male per male raramente dà soddisfazione. Pensiamo che ci darà soddisfazione, ma non è così.

Negli anni ’60, il Sudafrica era nella morsa dell’apartheid. Quando il Governo promulgò il Bantu Education Act, istituendo un sistema scolastico di grado inferiore per bambini neri, io e Leah smettemmo di insegnare in segno di protesta. Giurammo che avremmo fatto tutto quello che era in nostro potere per garantire che i nostri figli non fossero mai sottoposti a quel lavaggio del cervello che in Sudafrica spacciavano per istruzione. Iscrivemmo i nostri figli nelle scuole del confinante Swaziland. Sei volte all’anno percorrevamo in auto i quasi mille chilometri che separano Alice, nella provincia del Capo Orientale, da Krugersdorp, vicino Johannesburg, dove vivevano i miei genitori. Dopo aver trascorso la notte da loro, guidavamo per altre cinque ore fino allo Swaziland, lasciavamo o prendevamo i bambini alle rispettive scuole e tornavamo a Krugersdorp per fare tappa, prima del lungo viaggio di ritorno verso casa. Non c’era nessun albergo o locanda che accettasse clienti neri, per nessun prezzo.

Durante uno di questi viaggi, mio padre mi disse che voleva parlare. Io ero sfinito. Eravamo a metà del viaggio e avevamo guidato10 ore per lasciare i bambini a scuola. Il sonno si faceva sentire.

Avevamo ancora altre 15 ore di viaggio da fare per tornare a casa nostra, ad Alice. Guidare attraverso il Karoo, la vasta distesa semidesertica al centro del Sudafrica, era sempre sfiancante. Dissi a mio padre che ero stanco e avevo mal di testa. «Parleremo domani mattina», gli dissi.

Andammo nella casa della madre di Leah, a mezz’ora da lì. Il mattino dopo, mia nipote venne a svegliarci con la notizia che mio padre era morto.

Ero sconvolto dal dolore. Amavo molto mio padre e anche se il suo carattere mi causava grandi sofferenze, c’era in lui molto amore, saggezza, intelligenza. E poi c’era il senso di colpa. Con la sua morte improvvisa non avrei mai potuto ascoltare quello che voleva dirmi. Forse aveva un gran peso sul cuore che voleva rimuovere? Forse voleva chiedere scusa per le angherie che aveva inflitto a mia madre quando ero bambino? Non lo saprò mai. Mi ci sono voluti moltissimi anni per perdonarmi per la mia insensibilità, per non aver fatto omaggio a mio padre un’ultima volta di quei pochi istanti che voleva condividere con me. Il senso di colpa mi brucia ancora.

Quando ripenso a quegli anni lontani, alle sue sfuriate da ubriaco, mi rendo conto che non era solo con lui che ero arrabbiato. Ero arrabbiato con me stesso. Rannicchiato in un angolo, spaventato, non ero in grado di fronteggiare mio padre o proteggere mia madre. E così, a molti anni di distanza, mi rendo conto che non devo perdonare solo mio padre, devo perdonare me stesso.

Una vita umana è uno splendido intreccio di bontà, bellezza, crudeltà, sofferenza, indifferenza, amore e tantissimo altro. Tutti noi possediamo le caratteristiche di fondo della natura umana, e dunque a volte siamo generosi e a volte egoisti, a volte siamo premurosi e a volte sconsiderati, a volte siamo gentili e a volte crudeli. Questa non è un’opinione, è un fatto.

Nessuno nasce bugiardo, o stupratore, o terrorista. Nessuno nasce pieno di odio. Nessuno nasce pieno di violenza. Nessuno nasce con meno gloria o meno bontà di voi o di me. Ma ogni giorno, in ogni situazione, in ogni dolorosa esperienza di vita, questa gloria e questa bontà possono essere dimenticate, messe in ombra, perdute. È facile farci soffrire, distruggerci, ed è bene ricordarsi che è altrettanto facile essere quelli che fanno soffrire e distruggono.

La semplice verità è che tutti commettiamo degli errori e tutti abbiamo bisogno di essere perdonati. Non esiste una bacchetta magica da agitare per tornare indietro nel tempo e cambiare quello che è successo o cancellare il male che è stato fatto, ma possiamo fare tutto quello che è in nostro potere per correggere le cose che sono state fatte male. Possiamo sforzarci di fare in modo che il male non accada di nuovo.

Ci sono momenti in cui tutti noi abbiamo agito in modo sconsiderato, egoista o crudele. Ma nessuna azione è imperdonabile; nessuna persona è irredimibile. Eppure non è facile ammettere i propri torti e chiedere perdono. «Ti chiedo scusa » sono forse le tre parole più difficili da pronunciare.

Possiamo trovare scuse di ogni sorta per giustificare quello che abbiamo fatto. Quando siamo disposti ad abbassare le nostre difese e guardare con onestà alle nostre azioni, scopriamo che c’è grande libertà nel chiedere perdono e grande forza nell’ammettere di aver sbagliato. È così che ci liberiamo dai nostri errori passati. È così che possiamo avanzare verso il futuro, senza la zavorra degli errori che abbiamo commesso.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

 

Fino Alla Morte, Oltre Alla Morte:  I Quaranta Giovani Martiri Del Seminario Di Buta In Burundi

 

Nel 1997 il Burundi è ancora una volta in preda a quella violenza che periodicamente, fin dall’indipendenza, lo ha devastato, opponendo tutsi e hutu, come nel vicino Ruanda. Dopo che nel 1971, 350.000 hutu erano stati uccisi dalla repressione organizzata dal Governo controllato dai tutsi e 70.000 mandati in esilio, una seconda crisi di enormi proporzioni si era verificata nel 1993: l’assassinio del presidente Melchior Ndadaye, del Fronte per la Democrazia in Burundi (FRODEBU), composto in maggioranza da hutu, aveva dato il via ad una strage dei membri del partito rivale, tutsi o hutu che fossero, conclusasi con la morte di trecentomila persone e la fuga di altre settecentomila. Il nuovo presidente, Cyprien Ntaryamira, anch’egli hutu, era stato ucciso in quello stesso 1993 in un attentato contro l’aereo sul quale viaggiava insieme al presidente del Ruanda, Juvénal Habyarimana. L’attentato aveva segnato l’inizio del genocidio in Ruanda, nel corso del quale erano state uccise un milione di persone, in maggior parte tutsi.

Anche in Burundi la violenza era cresciuta, con massacri di decine di civili. Sappiamo che il direttore di una scuola era giunto a separare i suoi alunni in hutu e tutsi, a rinchiudere settanta di loro in un’aula e ad appiccare il fuoco.

Uno di quei massacri è da tempo conosciuto in Europa. Una mattina, a Buta, nel Sud del Paese, duemila ribelli attaccano all’alba un seminario minore, noto per gli sforzi intrapresi per spezzare l’antagonismo tra hutu e tutsi. Irrompono nel dormitorio ed ordinano ai giovani di separarsi: gli hutu da una parte, i tutsi dall’altra. I seminaristi rifiutano: preferiscono morire piuttosto che tradire i propri compagni, con i quali nel corso degli anni è maturata un’amicizia intensa. Quaranta di loro muoiono sotto i colpi d’arma da fuoco o dilaniati dalle granate.

Pochi mesi dopo il massacro, il Cardinale Jean-Marie Lustiger, legato del Papa per le celebrazioni conclusive del centenario dell’evangelizzazione del Burundi, descrive quei ragazzi come “martiri della carità e della fede”. In seguito, la commemorazione ecumenica dei martiri del XX secolo, tenutasi al Colosseo nell’Anno Santo, aprirà la pagina dell’Africa ricordando i seminaristi di Buta, grazie alla testimonianza di un sopravvissuto, Jolique Rusimbamigera.

Non fu una morte casuale

In un libro apparso nei mesi scorsi1, l’allora rettore del seminario, Zacharie Bukuru, ha ricostruito la vicenda, permettendo di illuminarne il significato. Nella prefazione, Jean-Pierre Chrétien, uno dei massimi specialisti dell’Africa Centrale, mette subito in chiaro il carattere unico di quell’evento e l’importanza della testimonianza del rettore: “Le condizioni stesse della morte di questi seminaristi, uccisi in un dormitorio per aver rifiutato di sottoporsi ad una selezione etnica, mostrano che non si è trattato di un caso, ma del riflesso di un’atmosfera, della cultura, dell’educazione che erano state forgiate da mesi in questo seminario sperduto nel Burundi meridionale. Non è nella notte tragica del 29 aprile 1997 che quegli studenti hanno scoperto il dramma del loro Paese. Vi avevano già riflettuto sopra. Il loro comportamento è il prodotto di quella maturazione”.

Per anni tutti gli sforzi del rettore, infatti, erano stati dedicati a sviluppare una cultura di pace. Il rettore descrive la situazione di partenza: mentre la televisione, quotidianamente, distilla immagini di violenza insostenibile, molti studenti, che vivono nella paura costante di un assalto, vorrebbero ritornare alle proprie case, cercando una tranquillità solo illusoria o forse solo per avere notizie delle proprie famiglie. Gli hutu hanno paura dei militari posti a presidiare il seminario: sono tutti tutsi. I discorsi che il rettore capta tra gli studenti sono quelli che si sentono in tutto il Paese: racconti di stragi orribili, con l’invito a non fidarsi comunque di quelli dell’altra etnia, che stanno solo aspettando il momento più propizio per eliminarli. Del resto, che i seminaristi siano divisi in due campi, nel refettorio, in classe, nei campi di gioco, è un dato che non sfugge a nessuno. L’assassinio del presidente Melchior Ndadaye fa precipitare la situazione. Mentre in tutto il Paese si scatena la violenza, il terrore della morte si impadronisce anche dei seminaristi, che cercano nel rettore una parola che calmi la loro angoscia.

Comincia così un lungo lavoro di ascolto, scambio, discussione, dapprima spontaneo, poi organizzato, per arrivare ad una rilettura, difficile ma necessaria, della storia del Paese. Passo dopo passo i giovani avanzano nella comprensione dei meccanismi della crisi e della violenza, identificando le forze e le logiche che hanno condannato il loro Paese a perpetuare la divisione e l’odio.

Se il rettore si sofferma, nel libro, su questa fase non è solo per far capire le radici del gesto dei suoi studenti, ma – ci pare di comprendere – perché il lavoro fatto dai seminaristi su se stessi prefigura quello che dovrà fare tutto il Paese per uscire dalla crisi. E se lui stesso, con molto pudore, si schermisce, la sua paternità spirituale emerge ad ogni pagina. è facile capire che lui è stato un vero padre per quei ragazzi e che senza la sua passione, la sua fatica, la sua fermezza e la sua dolcezza, la sua creatività, non sarebbe sorta una fraternità tale tra i seminaristi da arrivare al dono della vita. Impressionano le pagine che descrivono l’ultimo ritiro spirituale dei seminaristi, poche settimane prima del dramma: non è esagerato parlare di mistica, di presenza, di consolazione interiore.

L’attacco, i seminaristi l’hanno sentito arrivare. Gli assalitori volevano seminare divisione, mostrando che l’intesa tra hutu e tutsi era impossibile.

Sorprendendo l’esercito regolare per la rapidità delle loro mosse, alle cinque e trenta del mattino i ribelli, ubriachi e drogati, assaltano i locali. Uccidono, incendiano, distruggono. Giunti nel dormitorio dei più anziani, li trovano tutti lì. Sparano, ed alcuni muoiono subito. Poi l’ordine di cessare il fuoco: “Non ammazziamo i nostri”.

E subito dopo le parole sinistre: “Gli hutu da una parte, i tutsi dall’altra”. Nessuno si muove per lunghi minuti. L’ordine viene ripetuto diverse volte, senza esito, nonostante risuoni la sinistra minaccia: “Portate le machettes, li tagliamo tutti a pezzi”. Allora una donna del gruppo comincia a sparare e una granata viene gettata nel mucchio. Vengono finiti uno ad uno, a bruciapelo. Qualcuno si salverà miracolosamente, come Nicolas Nyabenda, che passerà una settimana in coma in una clinica universitaria. I sopravvissuti testimoniano che gli hutu cercavano di proteggere i tutsi e viceversa e che i loro amici sono morti sussurrando: “Per-donali, Signore, perché non sanno quello che fanno”.

Un’Africa maestra di fede

Il perdono è proprio uno degli insegnamenti di questo libro. “Non ho dimenticato – dichiara l’abbé Zacharie – ma ho perdonato”. Non deve essere stato così scontato, se si pensa che pochi giorni dopo il massacro circolavano degli articoli, diffusi anche in Europa da organizzazioni per i diritti umani e contro il razzismo, che “rivelavano” che i seminaristi in realtà erano membri dell’esercito in formazione e che il seminario era un deposito d’armi. Una leggenda, questa, che fa capire quale lungo cammino abbiano percorso i seminaristi nelle loro case, nei loro quartieri, nei loro villaggi, i racconti cui erano abituati non erano molto diversi dalle indegne fandonie che insulteranno la loro memoria.

Si sa che il genocidio ruandese – dal quale gli episodi burundesi differiscono per intensità, ma non per natura – ha profondamente interrogato la Chiesa, portandola a chiedersi: a che cosa è servita la missione, se un popolo interamente cristiano si è massacrato superando i limiti dell’orrore? Anche Zacharie Bukuru se lo chiede. E la sua risposta è di questo tenore: “Eppure, ogni volta che degli avvenimenti dolorosi hanno avuto luogo, ci sono stati dei cristiani che si sono opposti a questi misfatti. Tanti hanno rischiato la propria vita per salvare quella dei membri dell’etnia in pericolo!”. I quaranta martiri di Buta ci fanno vedere che una risposta cristiana, anche in quella situazione, è possibile.

È un’Africa diversa quella che esce dalle pagine di questo libro. Non un’Africa che vede nel cristianesimo un bene di consumo, un’opportunità per ricavare dei vantaggi materiali o una porta d’ingresso nella modernità. E nemmeno l’Africa dei “bambini-che-non-hanno-niente-eppure-sono-più-contenti-dei-nostri-e-cantano-così-bene”. No, è l’Africa vera, quella dove la vita vale poco. Ma, ed è questo l’aspetto più importante, l’Africa di quaranta giovani che sono nostri maestri, nell’umanità e nella fede

I poveri sono la Chiesa di Joseph Wresinski

Padre Joseph Wresinski (1917-1988), nato da madre spagnola e padre polacco, cresce in un quartiere molto povero di Angers. Ordinato sacerdote nel 1946, dopo una prima esperienza decennale come curato in parrocchie rurali e operaie, il suo vescovo gli proporrà nel 1956, di unirsi ad un Campo di Senzatetto a Noisy-le-Grand dove resterà fino al 1967. In questo Campo fonderà il Movimento ATD Quarto Mondo che raccoglie tutti coloro che lottano per l’eliminazione della miseria.

I testi che seguono sono tratti da “I poveri sono la Chiesa”, Una conversazione tra padre Joseph Wresinski e Gilles Anouil. Jaca Book, Milano, ottobre 2009.

“La Chiesa è innanzitutto un luogo di vita e non di lettura”

“La Chiesa è i più poveri. Lo è per essenza. Anche i più poveri, presto o tardi, in modo più o meno concreto e duraturo, più o meno furtivo o pubblico, saranno riconosciuti da lei e accolti come i primi. La Chiesa è condannata, se posso dirlo, attraverso la sua storia, a ricordarsi, a riprendere coscienza della realtà che essa è, povertà, disprezzo, esclusione; essa è la non-amata, la rifiutata dal mondo. In questo, essa è obbligata a raggiungere la popolazione più disprezzata, più esclusa di tutte. […] La Chiesa non è solamente in comunione con i più poveri. E’ i più poveri.

Lo è nel disegno di Dio. Qual è questo disegno? E’ di salvare tutti gli uomini, senza eccezione. E quando dico: senza eccezione, questo non vuol dire: compresi i poveri, ma compresi i più ricchi. Per salvare tutti gli uomini, Gesù Cristo ha voluto raggiungerli nella loro umanità. Nella loro umanità più autentica che non sia caricata di ricchezze, di denaro, di onore. Egli doveva prendere corpo nell’umanità, la più spogliata di quel che essa non è, di ogni potere economico, politico e religioso. Sono i più poveri, e non i più ricchi, a possedere tale umanità, In loro, l’essenziale non è intaccato. E’ per questo che Cristo poteva incarnarvisi senza difficoltà”.

“La Chiesa non si disinteressa dei più poveri, non può. Certamente, talvolta se ne discosta, ma questo bisogna comprenderlo. La miseria si presenta come il contrario della grazia. Per coloro che non conoscono l’uomo che la vive, quest’ultimo appare non come uomo del dolore, ma come uomo del disprezzo, del rigetto. Uomo a rischio, ignorante e disperato, che vive in una famiglia schiacciata, egli è allo stesso tempo divenuto un disturbatore per le nostre coscienze ben pulite ma indebolite e talora codarde. Come vederlo di primo acchito quale nostro uguale? Il che sarebbe permettergli di porre tante domande su noi stessi, sulla società di cui siamo parte pregnante, su tutto quel che viviamo e crediamo. Ammetteremmo così che egli porta i nostri peccati e vedere in lui un nostro eguale ci obbligherebbe in qualche modo ad abbracciare il lebbroso”.

“… non c’è altra salvezza per il cristiano, uomo di fede e di meditazione, che ritrovare nel suo cuore e nella sua vita colui che è più in basso nel mondo. E non è sufficiente spogliarsi, riconoscersi in lui, considerarlo come un proprio eguale. Bisogna farne il proprio partner privilegiato quotidiano. È per questo che è così difficile per i cristiani accettare la Chiesa dei poveri.”

“E’ vero che i molto poveri sono degli esseri spezzati, corrosi, usati. La miseria ha impedito loro di sviluppare l’intelligenza, li ha talora ridotti ad uno stato tale di dipendenza che hanno vergogna di essere uomini. Eppure essi lo sono allo stato puro, se posso dirlo. E soffrono profondamente di essere disprezzati. Sanno di essere rigettati, eppure lo rifiutano. Pertanto, non appena si disegna una speranza, un profeta sorge, essi lo circondano, lo incalzano, lo schiacciano. E’ stato il caso di Gesù Cristo. Essi lo vogliono toccare per essere liberati, rifiutano quello che vivono, vogliono sperare. Gesù non poteva incarnarsi negli altri strati di popolazione, in coloro la cui umanità è caricata, inoperativa a causa delle loro acquisizioni, per quanto modeste siano. Poiché le acquisizioni temporali caricano gli uomini, li rendono fieri e orgogliosi; essi non vogliono più, allora spogliarsi per divenire simili ai più poveri e accogliere i più umili. Per abbracciare e servire l’umanità, Gesù era obbligato a farsi l’ultimo degli ultimi. Altrimenti sarebbe stato riconosciuto dai ricchi, ma non dai più umiliati.

“Io mi dico ancora che quel che, nella teologia, nella spiritualità della Chiesa, nell’apparato, nelle costruzioni, non esprimesse la miseria, sarà presto o tardi spazzato via. Quel che non sparirà mai, però, è la preghiera di mia madre, immobile su una sedia. Quel che non sarà mai spazzato via è la preghiera di quell’uomo del Campo dei Senzatetto a Noisy-le-Grand. Erano le due del mattino, io avevo ristabilito la pace in una famiglia e rientravo nella mia baracca. Vedendo la luce in un igloo (il campo era composto di quelli che chiamiamo dei Nisson Huts, baracche a forma di semi-cilindro), ero stato colpito, ero entrato. L’uomo era seduto, la testa nelle mani. Egli posò lo sguardo su di me, silenzioso, poi mi disse: «Toh! Sono contento che lei sia qui. Giustamente, io pregavo». Il suo figliastro si era appena affogato. Io mi sono seduto a fianco a lui e non ci siamo più parlati. Abbiamo semplicemente pregato insieme, nella notte di quel campo di miseria. Niente può distruggere quella preghiera e lei comprende perché io non mi inquieti mai se la Chiesa accetta o non accetta i poveri. Non può rifiutarli. La Chiesa è loro”.

“Per usare un’immagine, i più poveri sono l’arteria per cui bisogna che il sangue scorra per irrigare tutto il corpo. Se l’arteria è ostruita, il corpo tutto intero muore. Per la Chiesa, i miserabili sono l’arteria e aprirla è una questione di vita o di morte. Se la grazia passa per loro, tutto il corpo è irrigato. Io le parlavo di quell’uomo molto povero che avevo trovato in un igloo nel cuore di un campo di senzatetto, in stato di preghiera. Trovandolo là in piena notte, sedendomi a fianco a lui che faceva passare, attraverso di sé, la grazia, io ero la Chiesa che accoglieva per tutti gli uomini questa grazia di Dio. Cristo ci dice bene che senza quest’uomo, senza i più poveri non c’è la Chiesa”.

“Gesù Cristo si è definito per la sua nascita e per la sua morte e ogni uomo si definisce così. Il suo messaggio e la sua vita si definiscono allo stesso modo. I primi testimoni dell’amore di Dio alla nascita del Signore furono i pastori. Degli uomini disprezzati, degli asociali che praticavano un modo di esistenza arretrato e malvisto dal popolo rurale d’Israele divenuto sedentario. Quei pastori non assistevano ai riti religiosi né alle feste, poiché, nell’organizzazione della vita religiosa, non era stato tenuto conto della loro situazione. Essa non permetteva loro di assistere ai riti all’ora voluta. Erano disprezzati al punto che era loro interdetto testimoniare nei procedimenti giuridici. La loro parola non valeva, poiché erano considerati come persone che maledicono Dio, l’inverso della grazia per come la vedeva il popolo d’Israele. Ora, è tramite loro che Gesù Cristo ha fatto scorrere la grazia”.

Uno sguardo dal basso di Dietrich Bonhoeffer

Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato infine a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti.

Se in questi tempi l’amarezza e l’astio non ci hanno corroso il cuore; se dunque vediamo con occhi nuovi le grandi e le piccole cose, la felicità e l’infelicità, la forza e la debolezza; e se la nostra capacità di vedere la grandezza, l’umanità, il diritto e la misericordia è diventata più chiara, più libera, più incorruttibile; se, anzi, la sofferenza personale è diventata una buona chiave, un principio fecondo nel rendere il mondo accessibile attraverso la contemplazione e l’azione: tutto questo è una fortuna personale.

Tutto sta nel non far diventare questa prospettiva dal basso un prender partito per gli eterni insoddisfatti, ma nel rispondere alle esigenze della vita in tutte le sue dimensioni; e nell’accettarla nella prospettiva di una soddisfazione più alta, il cui fondamento sta veramente al di là del basso e dell’alto.

(Natale 1942)

 

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